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Diritto di critica | July 14, 2020

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Quello che il Pd non vuole proprio capire

Renzi infiamma il PdIn attesa della sentenza sul Cavaliere che potrebbe mettere a repentaglio la tenuta stessa del governo Letta e portare quindi a nuove elezioni, il Pd sta vivendo il suo ennesimo travaglio interno. Chi pensa che si tratti dell’ennesima lotta interna tra ex democristiani ed ex comunisti si sbaglia.

Una lotta tra vecchio e nuovo. Il problema non è la provenienza politica. Si sta combattendo, infatti, una lotta tra fazioni che spesso travalicano quel confine tra Margherita e Ds che ancora piace molto a fini analisti politici. È una lotta prima di tutto tra conservatori e progressisti, tra chi immagina un partito realmente moderno e chi ragiona ancora con categorie antiche. Parole come “congresso” e “iscritti” non fanno altro che generare malumori tra gli elettori che vorrebbero vedere un partito in grado di affrontare i loro problemi, e soprattutto dimostrano l’incapacità di saper leggere la politica di oggi, che richiede duttilità strutturale e capacità mediatica.

No al partito autoreferenziale. In primo luogo non serve a nessuno un partito strutturato, proprio ora che lo stesso concetto di partito ha un’accezione negativa nell’opinione pubblica. Non serve infatti parlare al proprio popolo, quello delle sezioni (o dei circoli, come si chiamano oggi); se si vuol vincere bisogna parlare all’elettorato degli “altri”, ad iniziare da quello grillino.

Il leader che manca. In secondo luogo serve un leader. Epifani è di fatto un ectoplasma. Non esiste se non in qualche intervista su Repubblica o il Corriere, o in qualche fiacca apparizione a Ballarò. Un leader carismatico serve nella misura in cui la politica entra nelle nostre case dalla tv. Concetto che Berlusconi ha capito ben 20 anni fa (o forse anche di più) e che la sinistra (ad eccezione di Vendola ai bei tempi della conquista pugliese) non ha mai digerito e compreso.

Frenare Renzi. Il dibattito interno, quindi, si è arenato su come frenare Matteo Renzi, l’unico tra i candidati ad avere le qualità carismatiche e un’idea di partito liquido che spaventa la vecchia classe dirigente, dal “comunista” D’Alema, alla passionaria democristiana Rosy Bindi. Il primo punto del contendere riguarda il fatto se sia opportuno o meno far svolgere delle primarie che unifichino in un’unica figura il segretario del Pd e il candidato a palazzo Chigi. Nel partito in molti hanno compreso che la vittoria futura è legata alla figura di Renzi, ma non vogliono in alcun modo che il sindaco di Firenze possa mettere le mani sul partito e modificarlo a propria immagine e somiglianza.

Gli elettori vogliono le primarie. Il secondo punto riguarda invece la forma delle primarie. Ritorna il solito tema delle primarie aperte e di quelle chiuse. Far votare l’universo mondo, come è avvenuto con l’elezione a segretario di Pier Luigi Bersani, oppure riservare il voto ai soli iscritti, almeno per quanto riguarda l’elezione dei membri del congresso. Nel Pd c’è qualcuno che vorrebbe appunto tornare indietro, senza tener conto di quello che è avvenuto a fine novembre nei sondaggi. Grazie alla sfida aperta tra Bersani e Renzi, il Pd ha sfiorato il 38% dei consensi nei sondaggi. Perché, se forse non si è compreso, è questo quello che la gente vuole. Un poco di partecipazione.

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Comments

  1. e andare un poco a lavorare? perche’ forse dopo capirete di piu’.
    Ma quanta gente la’ dentro prende la paga per niente…….il problema e’ questo, bisogna trovare il modo di mandarli a casa, d’Alema ha gia’ preso la liquidazione, la Bindi a chi serve? a cosa serve, facesse almeno il gelato come l’omonima industria.
    Paghiamo gente affinche’ sbaruffi per tutto il tempo necessario per andare in pensione, e non venitemi a dire che cosi’ parlando offendo delle menti fini……sono come gli americani, vedono il pericolo dappertutto