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Diritto di critica | April 24, 2019

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Deficit, l'Italia rischia di sforare il tetto del 3%

Italia contro Bruxelles, il tetto del 3% fa paura

saccomanni

Il Tesoro non ha grande margine di scelta: non può dire tutta la verità sui conti pubblici, ma qualcosa deve dire. Il Documento di Economia e Finanza che approderà oggi in Consiglio dei Ministri è un rebus di Pulcinella. Tutti sanno che il deficit è cresciuto e non ci sta più nel tetto del 3% fissato da Bruxelles. Ma non si può dire: ammetterlo, significherebbe ricevere dall’Unione un  super-monito per “misure pesanti” di contenimento. Ancora lacrime e sangue, insomma.

Ecco dunque la situazione. Il Ministro Saccomanni proporrà una stima del Pil per il 2014 a -1,7%, ovvero una prudentissima stima al ribasso rispetto all’attuale -1,3%. Non può evitarla, visto che già le principali banche italiane prevedono un calo del Pil compreso tra -1,6% e il 2%. Con un Pil a -1,7%, le entrate fiscali di fine anno saranno appena sufficienti a mantenere il rapporto deficit/Pil al 3%, sul filo del rasoio. Nella speranza, beninteso, che il 2014 regalerà all’Italia una crescita dell’1% (in positivo, dopo anni di stagnazione).

Ma basta pochissimo per far saltare questo delicato artificio contabile: ad esempio, il miliardo di euro necessario a rinviare ancora l‘aumento dell’Iva di un altro punto percentuale. Già a giugno appariva inevitabile, poi si è scelto di tornare a settembre con i compiti fatti, e siamo di nuovo da capo. Altri 2,5 miliardi di euro sono invece il costo di cancellazione dell’Imu, cavallo di battaglia elettorale del Pdl (oggi più che mai sul piede di guerra). La cassa integrazione rischia di costare un ulteriore miliardo (a meno che non si decida per la versione “stringata”, che con 500 milioni di euro lascia fuori metà degli aventi diritto attuali). E le missioni internazionali, da rifinanziare per altri 400 milioni di euro.

Ritardare sempre l’inevitabile non risolve i problemi. Eppure il Governo Letta ha fatto del rinvio la cifra distintiva del suo mandato. In campo economico, rimandare ha significato posticipare da giugno a settembre l’aumento dell’Iva, congelare l’Imu dietro insistenza del Pdl, spostare ad ottobre le privatizzazioni di enti pubblici. Rinvii al cardiopalma, fatti per tenere in equilibrio le richieste di Bruxelles (contenimento ad oltranza della Spesa Pubblica) e i diktat Pdl (taglio delle tasse immediato). Peccato che ora ci ritroviamo con 6 miliardi e oltre da pagare, se il Governo vuol mantenere i suoi impegni, ed il portafogli vuoto.

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