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Diritto di critica | August 12, 2020

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Caporalato, emergenza sulle spalle dei comuni - Diritto di critica

rosarno_aranceCalabria, terra di arance. E di schiavi. L’appello arriva, ancora una volta, dalle campagne attorno Rosarno, il paese che nel 2010 aveva fatto scoprire all’opinione pubblica italiana l’esistenza della moderna schiavitù del caporalato e dove oggi, a distanza di tre anni, poco è cambiato e molto è rimasto immutato. L’approssimarsi della stagione della raccolta di arance e mandarini, infatti, vede anche il ritorno dei lavoratori stagionali – prevalentemente di origine africana – che barattano le proprie braccia con una tendopoli senza né elettricità né acqua, una paga infima e lo sfruttamento da parte di caporali e boss ‘ndranghetisti. Il tutto – ha denunciato in un intervista per Il Fatto Quotidiano del 23 settembre il sindaco di San Ferdinando, Domenico Madafferi – nel disinteresse delle istituzioni statali e regionali, che lascerebbero la gestione dei flussi di lavoratori stagionali in carico alle singole amministrazioni comunali.

La denuncia del sindaco. Madafferi, in particolare, denuncia il mancato aiuto ottenuto anche dal Ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge: «mi ha riposto che non può sborsare neanche una lira perché è un ministro senza portafoglio», ha spiegato il sindaco nell’intervista effettuata da Lucio Musolino. E se il Dipartimento dell’Integrazione effettivamente non ha la possibilità di erogare fondi, resta il fatto che lo sfruttamento agricolo continua a rappresentare un problema sociale e politico non indifferente, e non solo a Rosarno.

Leggi deboli. La denuncia di Madafferi tocca anche il nervo scoperto della gestione dell’emergenza socio-umanitaria che la presenza dei lavoratori stagionali richiede alle amministrazioni comunali: ammassati in tendopoli o baracche prive dei più elementari servizi igienici o corrente elettrica, finiscono per rappresentare anche un polveriera sociale pronta a esplodere con la popolazione locale. Gli episodi del gennaio 2010 a Rosarno – quando centinaia di migranti si erano sollevati a causa della sparatoria subita da due di loro, causando anche una sorta di “caccia all’uomo” da parte degli stessi abitanti di Rosarno – erano stati emblematici a riguardo: eppure poco è stato fatto, nonostante la campagna nazionale “Stop Caporalato” promossa nel 2011 dalle federazioni dell’edilizia e dell’agroindustria della Cgil – Fillea e Flai – perché il reato di caporalato venisse inserito nel codice penale italiano. E se la cosiddetta  manovra di Ferragosto del 2011 (DL 13 agosto 2011 n. 138) ha introdotto tra i delitti contro la persona nel codice penale, all’articolo 603-bis, il delitto di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, è anche vero che i fatti dimostrano quanto una legge, da sola, non basti. E mostrano anche l’assoluta difficoltà, da parte dei Comuni, a gestire da soli un’emergenza che coinvolge l’economia italiana su scala nazionale.

Caporalato. Nella campagna calabrese tra Rosarno e San Ferdinando giungeranno nelle proprie settimane circa duemila persone, di ritorno dopo la stagione della raccolta dei pomodori nel foggiano e nel casertano: lavoratori stagionali, migranti, che percorrono l’Italia da nord a sud inseguendo i tempi agricoli di maturazione degli agrumi, dei pomodori, delle angurie, dell’uva, ma anche delle mele in Trentino  o delle insalate nel mantovano. Secondo i dati Coldiretti, all’incirca un occupato su dieci nel settore agricolo è straniero, ma il numero potrebbe essere molto più alto a causa dell’estrema elusività nei controlli e della gestione della manodopera nelle mani della criminalità organizzata.

I numeri delle agromafie. La filiera agroalimentare, infatti, rappresenta ancora oggi una significativa voce nel fatturato dei gruppi mafiosi territoriali e il controllo delle organizzazioni è capillare e va dall’accaparramento dei terreni allo sfruttamento della manodopera, dal trasporto allo stoccaggio, dall’ingrosso alla distribuzione diretta: secondo il rapporto stilato da Eurispes e Coldiretti nel 2011, infatti, il volume d’affari complessivo dell’agromafia è quantificabile in 12,5 miliardi di euro, di cui 3,7 ottenuti da reinvestimenti in attività lecite e 8,8 miliardi da attività illecite.

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