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Diritto di critica | June 16, 2019

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Spaventati dalla globalizzazione, i giovani italiani preferiscono il cortile di casa

Spaventati dalla globalizzazione, i giovani italiani preferiscono il cortile di casa

studenti_aulaR375Italia caput mundi. Ma anche no. Culla di una delle più grandiose civiltà mondiali, il nostro Paese è oggi chiuso in se stesso, almeno stando a quanto mostrano i dati dell’Osservatorio sull’internazionalizzazione della Fondazione Intercultura, secondo i quali i giovani italiani, a differenze dei loro colleghi europei, sono più rivolti al cortile di casa Italia piuttosto che al mondo. La colpa? Scarsa conoscenza delle lingue straniere in primis, ma anche attaccamento alla famiglia e poche esperienze di formazione all’estero, il tutto condito da un atteggiamento culturale più legato al locale che al globale.

La ricerca. L’indagine –  promossa dall’Osservatorio e condotta in collaborazione con l’Ipsos su finanziamento della Fondazione Telecom  – è stata condotta su un campione di 2.275 ragazzi provenienti da altri cinque Paesi europei (Svezia, Germania, Francia, Spagna e Polonia) e di 800 studenti italiani: le domande miravano a verificare il grado di internazionalizzazione delle scuole, la mobilità degli studenti e la percezione di se stessi e dell’ambiente circostante a proposito di apertura verso un contesto linguistico e culturale globale. I risultati parlano chiaro: gli italiani si sono classificati come il fanalino di coda rispetto ai colleghi europei, con il punteggio più basso. «Solo il 20% di loro di è dimostrato realmente inserito nel contesto globale», ha commentato Raffaele Pirola di Intercultura, mentre a guidare la classifica sono Svezia e Germania.

Maglia nera per le lingue straniere. Alla base dell’atteggiamento “mammone” dei giovani italiani ci sarebbe innanzitutto un dato oggettivo, cioè la scarsa conoscenza delle lingue straniere – a cominciare dall’inglese – causata in parte dall’insegnamento scolastico ma anche (e soprattutto) dal rapporto praticamente assente dei giovani italiani con le lingue straniere al di fuori del contesto scolastico: pochissimi film, libri o giornali in altre lingue, assenza di programmi in lingua originale sulle reti televisive, scarso utilizzo della rete per finalità linguistiche. Tant’è che solo il 35% degli intervistati ritiene di avere un buon livello di inglese e se si allarga il dato alla media della popolazione la percentuale scende tra il 5 e il 7%. In Germania e Svezia, siamo rispettivamente al 67% e 77%.

Un dato culturale. Secondo il parere di Pirola, tuttavia, il problema sarebbe anche di natura culturale, perché «basta vedere la percezione di sé che gli studenti italiani hanno per capire come manchi la consapevolezza di come muoversi in un contesto più ampio rispetto a quello locale». Qualche esempio? Tra i tratti caratteristici usati dagli italiani per autodefinirsi, emergono l’identità sociale, la famiglia e la socievolezza, mentre per tedeschi e svedesi al primo posto ci sono l’ambizione e l’individualismo per raggiungere successo e obiettivi.

Futuro all’estero? Per quanto riguarda la possibilità di lavorare all’estero, invece, la ricerca della Fondazione Intercultura  ha rilevato come l’89% dei ragazzi italiani avrebbe considerato nel futuro di lavorare all’estero. Una contraddizione con quanto emerso? O il semplice dato oggettivo di una crisi lavorativa che, in Italia, si sente con particolare forza? Una cosa è certa, secondo i dati emersi:  si tratterebbe perlopiù di una prospettiva temporanea, perchè i giovani italiani il proprio futuro lo vorrebbero ancora cstruire in patria. Nonostante tutto.

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