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Diritto di critica | July 18, 2019

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Legge elettorale: tante parole, zero fatti. E la colpa è di tutti

Legge elettorale: tante parole, zero fatti. E la colpa è di tutti

legge elettoraleSono passati quattro mesi e ancora nulla. Una nuova legge elettorale era tra le priorità di questo governo. Fu proprio Letta quattro mesi fa annunciare che questo autunno avremmo avuto una nuova legge. Tuttavia, per ora, al di là delle riunioni dei saggi e di tante parole spese in tv, non si è visto nulla.

Perché piace a Berlusconi. Qualche giorno fa si è sfiorata una crisi di governo e, conseguentemente, possibili elezioni anticipate. Se la situazione fosse precipitata saremmo tornati a votare con il Porcellum, legge che tutti dicono di voler cambiare ma che fa comodo a molti, ad iniziare dal Pdl e da Silvio Berlusconi. Il Cav sa che con la presenza del MoVimento 5 Stelle e a causa della debolezza del Pdl, l’unica soluzione per rimanere nella partita di governo sia proprio una legge elettorale come questa, o comunque un sistema proporzionale puro.

Quel Porcellum che fa comodo a Grillo. Fa comodo anche a Beppe Grillo, il quale sa che se dovesse raggiungere la maggioranza relativa almeno alla Camera avrebbe il Paese in pugno. Ma se vincere al momento appare difficile, al comico genovese il Porcellum conviene oggi perché anche con nuove elezioni ci si ritroverebbe di fronte ancora alle larghe intese. Solo così può funzionare la sua comunicazione incentrata sulla divisione del mondo politico tra “noi e loro”, cioè tra la vecchia e la nuova politica, perché “loro sono tutti uguali, visto che stanno insieme al governo”. Per questo ha cambiato idea da quel 29 maggio quando i parlamentari M5S appoggiarono la “mozione Giacchetti” dal nome del deputato Pd che chiedeva l’automatico ritorno al Mattarellum, legge elettorale in vigore in Italia dal 1993 al 2005. Ora Grillo chiede di andare al voto con il Porcellum: “Vinciamo e la legge la cambiamo noi”.

Il lungo suicidio del Pd. Il Porcellum non fa comodo al Pd e al centro-sinistra. Lo si era capito da subito, sin dalla vittoria mutilata del 2006. Il meccanismo, soprattutto quello del Senato, penalizza un partito che, pur avendo un respiro nazionale, ha sacche di consenso locale ben delimitate che, con i premi di maggioranza regionale, non consentono di raggiungere un numero sufficiente di parlamentari tali da garantirsi una maggioranza stabile a Palazzo Madama. Eppure fu proprio Enrico Letta, premier e vice-segretario (seppur dimissionario) del Pd a chiedere al proprio partito di non votare la “mozione Giacchetti”. Il motivo, forse, va rintracciato nel timore del presidente del Consiglio, di tirare troppo la corda all’interno della maggioranza. Letta chiese di non  votare quella mozione perché “focalizzava l’attenzione (e precipitava il confronto) solo sulla legge elettorale – spiega Letta –, mentre il dibattito urgente e necessario doveva riguardare l’intera materia delle riforme istituzionali per il cambiamento dell’articolo 138 della Costituzione”. Di fatto oggi non si vede all’orizzonte né una nuova legge elettorale, né tantomeno le famigerate riforme costituzionali.