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Diritto di critica | September 18, 2020

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In Siria prosegue la carneficina, ma nessuno parla più di intervento

siriaLa possibilità di un intervento americano in Siria sembra definitivamente sfumata. Fino a poche settimana fa Obama faceva la voce grossa, spalleggiato da Gran Bretagna e Francia ma poi improvvisamente tutto si è placato, in parte anche a causa della ferma opposizione della Russia che non solo ha ricordato che un attacco in Siria avrebbe portato l’area mediorientale verso una pericolosissima escalation con un possibile ampliamento del conflitto ai paesi limitrofi, ma non ha esitato a spostare la propria flotta nel Mediterraneo orientale; un chiaro monito.

Successivamente si sono poi aperte le trattative con l’Iran del nuovo presidente Hassan Rowhani, il quale sembra aver assunto toni così moderati che il governo americano nella giornata di lunedì ha addirittura parlato della possibilità di un’attenuazione delle sanzioni nel caso che Teheran dovesse accettare un compromesso sul nucleare, cosa per niente gradita dal premier israeliano Netaniyahu che ha esortato Europa e Stati Uniti ad evitare accordi con l’Iran.

Martedì e mercoledì si terrà un incontro a Ginevra tra l’Iran e le sei potenze mondiali, Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania, con l’obiettivo di trovare una soluzione sul controverso programma nucleare iraniano, permettendo così al governo di Teheran di ristabilire rapporti con l’Occidente e porre fine alle sanzioni che hanno pesantemente danneggiato l’economia del paese, fondata in gran parte sull’esportazione del petrolio.

L’amministrazione Obama sembra relativamente ottimista per quanto riguarda il nuovo presidente iraniano Rowhani che appare moderato e a differenza del suo predecessore Ahmedinejad, evita di esprimersi con retoriche anti-occidentali e anti-israeliane.

Dunque da una parte si aprono le trattative con l’Iran e dall’altra si allontana la possibilità di un intervento in Siria, muovendosi invece verso colloqui di pace che dovrebbero coinvolgere il regime e un’opposizione siriana internamente spaccata, con il principale gruppo, il Consiglio Nazionale Siriano, che rifiuta di partecipare a meno che Assad non lasci il potere e a condizione che l’Iran non sia presente come mediatore in quanto considerato “nemico del popolo siriano”.

Nel frattempo la Siria è precipitata in un baratro nel quale tutti combattono contro tutti; i jihadisti di al-Nusra e ISI contro le varie fazioni dell’Esercito Libero Siriano; le forze di Assad contro entrambi e in più sono anche scesi in campo i curdi a fronteggiare gli estremisti islamici.

I ribelli siriani si sentono abbandonati da un’Occidente che sembrava inizialmente pronto a sostenerli, anche se obiettivamente di concreto è stato fatto ben poco.

Gli Stati Uniti sono sempre stati restii nell’inviare armi ai ribelli per paura che giungessero poi nelle mani di fazioni estremiste come al-Nusra e ISI, le quali però erano già pesantemente armate e finanziate dai paesi del Golfo, tanto che i ribelli hanno dovuto stringere una indispensabile alleanza con i jihadisti, rivelatasi poi fatale per la riuscita della rivoluzione, con questi ultimi che sono riusciti a prendere il sopravvento in molte zone del paese.

A questo punto Washington si è resa conto che un intervento contro il regime di Assad non avrebbe aiutato la così detta “rivoluzione”, ma avrebbe invece ulteriormente rafforzato i jihadisti che avrebbero potuto approfittare dell’indebolimento delle forze di regime in seguito a un attacco occidentale per impossessarsi dell’arsenale governativo e sferrare ulteriori attacchi con conseguenze devastanti sia per la Siria che per la sicurezza dei paesi limitrofi.

Inoltre la caduta del governo Mursi in Egitto, a seguito di una sommossa popolare appoggiata dall’esercito, ha ulteriormente complicato le cose per Obama che puntava molto sull’instaurazione di esecutivi legati ai Fratelli Musulmani per cercare di stabilizzare e controllare Medio Oriente e Nord Africa, Siria inclusa.

Un piano mal riuscito che non ha tenuto conto non soltanto dei complessi contesti socio-politici interni dei singoli paesi ma anche dell’incapacità dei partiti filo-Fratelli di gestire il potere politico, riuscendo a mettersi contro gran parte della popolazione, come in Tunisia ed Egitto, per non parlare della Libia che da due anni è nella più totale anarchia con varie milizie e gruppi tribali che si contendono il potere.

A questo punto Washington non ha potuto fare altro che cambiare strada e orientarsi verso un Iran che improvvisamente sembra non essere più la “bestia nera” di prima; intanto però la così detta “rivoluzione siriana” si è trasformata in un vero e proprio disastro in stile afgano.