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Diritto di critica | May 31, 2020

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Legge di stabilità, poco coraggio mentre l'Italia lentamente affonda

italia notte crisi greenplanet okLa legge di stabilità partorita dal governo e presto in Parlamento è una piccola goccia in un grosso mare di guai. Al di là degli annunci sensazionalistici del premier Letta, manca la vera spinta all’economia. Il taglio del cuneo fiscale ci sarà, ma sarà di pochi spiccioli, a pioggia; cioè non saranno rivolti a specifiche categorie come gli under 35 e le donne che più di tutti stanno pagando il costo della crisi. I lavoratori, se la legge verrà approvata dal Parlamento così com’è, si ritroveranno con 8-16 euro in più in busta paga ogni mese. Un risparmio analogo dovrebbe essere quello delle aziende per ogni lavoratore. Di fatto nulla o quasi.

Poco coraggio. Colpa dell’Imu eliminata, colpa del mancato incremento della tassazione sulle rendite finanziarie. Alla fine esce fuori un provvedimento poco coraggioso, frutto di un accordo tra Pd e Pdl. Non un papocchio, per carità. Ma si doveva fare di più per lavoratori e imprese, sacrificando almeno l’Imu. Lo ripete Confindustria, lo ribadiscono i sindacati. Tutto questo non basta. E nemmeno ci si può nascondere ancora una volta dietro l’Europa e il limite del 3%. Si potevano e si possono fare – entro quei termini – importanti opere di redistribuzione della ricchezza. Ma si è preferito continuare a campare, piuttosto che prendere una linea chiara.

La storia della Mivar (senza lieto fine). Simbolo emblematico di una crisi strutturale del nostro Paese – che in troppi attribuiscono erroneamente all’Europa, all’Euro e alle crisi finanziarie americane – è la storia della Mivar, storica società di produzione di apparecchi televisivi in Italia e ultima produttrice ancora in vita delle tv made in Italy. La società ha deciso di chiudere i battenti. Da dicembre non produrrà più tv e nel giro di 24 mesi fermerà tutta la produzione. Fu fondata da Carlo Vichi nel 1945 e da allora ad oggi, tra grandi successi e difficoltà, ha costruito televisori per molte famiglie italiane. Ora chiude perché non riesce a contrastare l’agguerrita concorrenza dei prodotti asiatici. La Mivar ha resistito egregiamente sui mercati fino al 2001. Poi da quella data ha iniziato a perdere quote di mercato e il bilancio è diventato presto “rosso”. Se nel 1998 dava lavoro a 1.000 dipendenti, dieci anni dopo solo a 500. Dal 2001 ad oggi Vichi ha ripianato ogni anno le perdite, pur di non chiudere, spendendo 100 milioni di euro e anche di più. Ci ha creduto, ma si è dovuto arrendere. Oggi la Mivar ha 40 dipendenti che assemblano pezzi realizzati in Cina: addio made in Italy.

L’Italia senza competitività. Cosa c’entra questa storia con il cuneo fiscale? Moltissimo. Se il costo del lavoro è elevato le aziende sono spinte ad investire dove il lavoro costa meno. In Cina, per esempio. Ma non si tratta solo di un problema di livello salariale. L’Italia ha uno dei più bassi livelli salariali d’Europa e uno dei costi più elevati del lavoro. Come è possibile? Tutta colpa del cuneo fiscale, cioè della differenza tra quanto costa ad un’azienda un lavoratore e quanto lo stesso lavoratore percepisce in busta-paga. Tasse, essenzialmente. E l’Italia affonda.