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Diritto di critica | July 12, 2020

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Le donne che spaventano la Russia: le Pussy Riot confinate in Siberia - Diritto di critica

pussydi Francesco Ruffinoni

 Ci sono posti al mondo dove non sempre la pena imposta è proporzionale al reato commesso. Posti dove coloro che dovrebbero essere cittadini si trovano sudditi di un reame dai muri di plastica. Posti freddi dove non basta sfoggiare un sorriso d’acciaio per scongelare la legge kafkiana che li governa. Parliamo di Russia e di Nadia. La Russia è quella di Putin, mentre Nadia è Nadezhda Tolokonnikova, leader delle Pussy Riot, collettivo punk politicamente impegnato.

Andiamo con ordine. Era il febbraio 2012 e, per protestare contro la rielezione di Vladimir Putin, tre ragazze del gruppo si introducono nella cattedrale di Cristo Salvatore, tempio della Chiesa ortodossa russa a Mosca. Qui, dopo essersi fatte un segno di croce, intonano una canzone: una preghiera punk, con un’invocazione alla Vergine, affinché scacci Putin. La performance dura molto poco: in un minuto le donne sono scortate fuori dalle guardie. Le riprese della performance verranno poi utilizzate per creare un video clip. Maria Alyokhina, Eekaterina Samutsevich e, appunto, Nadia Tolokonnikova vengono arrestate a marzo con l’accusa di “teppismo e istigazione all’odio religioso”. Sottoposte a interrogatori, le tre donne vengono condannate a due anni di reclusione (in appello, la Samutsevich viene scarcerata).

Dopo quattordici mesi in un penitenziario della Mordovia, nel quale aveva denunciato minacce da parte dei gestori e indetto uno sciopero della fame, Nadia Tolokonnikova, volto carismatico del dissenso russo, si trova ora in mano un biglietto di sola andata per la Siberia. Il trasferimento sembra essere già iniziato ma, oltre all’infelice meta (dal retrogusto staliniano), di Nadia si sono letteralmente perse le notizie. È stato il marito, Piotr Verzilov, ad averne segnalato la scomparsa, dopo aver svelato l’orribile meta verso la quale sua moglie era stata destinata. Le autorità si sono barricate dietro la legge che vieta di comunicare ai familiari i particolari sugli spostamenti prima che il detenuto sia giunto a destinazione. Secondo Piotr, Nadia è stata punita per l’eco che ha avuto la sua lettera, nella quale palesava soprusi e violazioni dei diritti umani a cui erano sottoposte le donne in Mordovia.

La giovane ora si troverebbe nella colonia penale numero 50, nella remota regione di Krasnoyarsk, a circa 300 km dal capoluogo della regione e a quattro ore di fuso orario da Mosca e lungo la famosa ferrovia Transiberiana. A parte scatti ufficiali di alcuni mesi fa che la ritraggono al lavoro in divisa, non ci sono però immagini recenti di Nadia. Vladimir Lukin, commissario russo per i diritti umani, assicura: «È seguita da un medico, mangia bene». Lampante, però, come questo trasferimento risulti essere l’ennesimo atto di forza di uno stato padrone, deciso ad affermare, sempre più, il proprio schiacciante potere. Un governo prepotente, incurante del diritto, copula inscindibile di ogni singolo individuo e cittadino.

Quest’ultima vicenda è destinata ad alimentare ulteriormente la mobilitazione internazionale sul caso. Difficile, però, ottenere risultati concreti, quando si parla di Russia: una nazione che non conosce la tolleranza, né la libera manifestazione. Una nazione immune da eventuali mosse diplomatiche, in virtù del proprio primato energetico: sono più importanti i gasdotti, del resto, che le prerogative degli esseri umani. E qui non si parla solo di Nadia, si pensi a Cristian D’Alessandro, militante di Greenpeace, che rischia sette anni di prigione per “teppismo”.