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Diritto di critica | October 21, 2020

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La strage dimenticata della diga del Gleno, il Vajont che nessuno ricorda

digadi Alice Bassanesi

La Diga del Gleno era uno sbarramento lungo circa 180 metri costruito all’inizio del secolo scorso in Valle di Scalve (Bg), poteva contenere tra i 6 e i 7 milioni di metri cubi d’acqua, che formavano un lago largo due chilometri e lungo circa quattro. Era l’unico esempio al mondo di diga “mista”, costruita cioè utilizzando due diverse tecniche di costruzione: la base era un tampone, progettato per sostenere una diga a gravità, mentre la parte superiore era composta da 25 archi multipli, poggianti su 26 speroni. Un gigante dai piedi d’argilla.

La storia della Diga del Gleno inizia nel 1907, quando un industriale tessile, Giacomo Trumpy, richiede al Genio Civile la concessione di derivazione di due torrenti, il Povo e il Nembo, prevedendo la costruzione di un serbatoio al piano del Gleno. La concessione di sfruttamento idrico passa negli anni successivi di mano in mano, fino ad arrivare, nel 1916, nelle mani della ditta Galeazzo Viganò, di Ponte Albiate (provincia di Milano), interessata alla produzione di energia elettrica da poter utilizzare nelle proprie industrie di cotone. E’ nell’estate del 1917 che al Genio Civile viene notificato l’inizio lavori, ma la Grande Guerra rallenta le attività di costruzione, e solo nel 1919 iniziano gli scavi sulla roccia in quota, per la costruzione di una diga a gravità in muratura di spessore variabile tra i 40 e i 30 metri, costruita con pietrame e calce di produzione locale. Nel frattempo alla guida della ditta Viganò arriva Virgilio, figlio di Galeazzo Viganò, che negli anni passati aveva maturato un’esperienza significativa nella produzione di energia termoelettrica in Sicilia, e, forte di questa esperienza, ripensa il progetto originario, studiando un impianto di dimensioni maggiori, per poter utilizzare l’energia non solo nelle proprie industrie, ma anche per poterla vendere a terzi. Al termine della costruzione del primo tampone, viene ipotizzato da Viganò e dall’ing. Santangelo, suo stretto collaboratore, la realizzazione di una struttura ad archi multipli. In questo modo la capienza dello sbarramento sarebbe andata ad aumentare, fino a raggiungere i 6 – 7 milioni di metri cubi.

I lavori all’invaso procedono. In una Valle estremamente povera, dove per anni la gente ha vissuto con la valigia in mano, il lavoro per la costruzione della diga è una manna dal cielo: i primi operai sono le donne, impiegate per il trasporto dei materiali in quota negli anni della Guerra, e poi anche gli uomini, al loro rientro in Valle. Gli operai si accorgono però che c’è qualcosa che non va: i materiali usati nella costruzione non corrispondono agli standard qualitativi. Nella diga vengono messi materiali di ogni tipo pur di veder continuare il lavoro, ci sono tavole di legno, meno ferro di quanto richiesto, e, addirittura, racconteranno dei testimoni, ci vengono gettate anche delle carriole, per far massa. Chi prova a protestare viene zittito. I sopralluoghi sul cantiere da parte delle autorità competenti non vengono fatti, e quando ci sono, sono molto superficiali. La diga cresce, ma alla sua base, nella zona tra la nuda roccia e dove la mano dell’uomo ha posto la muratura, iniziano ad esserci delle perdite d’acqua, perdite talmente copiose che si raccolgono sotto la base della diga e vanno a formare un piccolo laghetto. Si scoprirà poi che il nuovo progetto di costruzione della diga non verrà presentato fino ad aprile 1923. A maggio dello stesso anno la diga era quasi terminata. L’ultimo sopralluogo del Genio Civile avviene il 21 ottobre 1923, lo sbarramento è completo e in pieno esercizio: con un primo salto di 500 metri alimenta una prima centrale idroelettrica, con un secondo salto ne alimenta una seconda, producendo energia per 5.000 cavalli vapore.

Il 1° dicembre del 1923 è un sabato. Alle 7.15 accade quello che in molti temevano: la diga si apre in uno squarcio lungo circa 70 metri, e in quindici minuti si svuota di tutto il suo contenuto. Una valanga di acqua, fango e detriti travolge i paesi a valle: Bueggio e Dezzo, in Val di Scalve, ma anche Mazzunno, Gorzone e Corna di Darfo, in Val Camonica, sempre seguendo il corso del fiume Dezzo. Quarantacinque minuti dopo l’onda arriva sino al lago d’Iseo, alzandone il livello d’acqua di un metro e mezzo. I morti accertati furono 356, ma i decessi reali furono più di 500.

Il disastro del Gleno è l’evento luttuoso di maggiore entità nella bergamasca, ed è il secondo in Italia, nella storia del settore idroelettrico, dopo la catastrofe del Vajont (9 ottobre 1963, con oltre duemila morti). Oggi la piana del Gleno è meta turistica di centinaia di visitatori. Di quel gigante con i piedi d’argilla rimangono solo due tronconi, resti di un’architettura industriale che sembra essere lì a perenne memoria di quel disastro, e a ricordare quali possono essere i risultati dell’imperizia umana

 

Comments

  1. nicola

    ma che paragoni fate………… innanzitutto la diga del Vajont è ancora eretta, poi i metri cubi sono imparagonabili, cioè fate solamente demagogia, siete la vergogna del giornalismo mondiale