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Diritto di critica | August 21, 2019

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D'Alema, l'arma segreta di Renzi - Diritto di critica

D’Alema, l’arma segreta di Renzi

dalema-renzi-4Ammesso abbia ancora senso parlare di sinistra oggi, che sinistra è quella di Matteo Renzi? È sinistra questo suo essere così “poco esclusivo”, così potenzialmente votabile da tutti? Deciso e accalorato in astratto, più morbido e accomodante quando si entra nel dettaglio dei provvedimenti concreti?

Con quelle frasi che suonano bene, ma di cui poi ci si chiede: e quindi!? Sarebbe a dire!? Concetti liquidi al punto da scivolare via come acqua di fonte, lasciando per strada poche certezze: niente patrimoniale, atteggiamento critico con il sindacato, riforma elettorale, nessun familismo alla Cancellieri, 1 miliardo di tagli alle poltrone, rottamazione a go-go e critica incessante “all’intoccabile immobilismo” di Letta e all’Europa. Pochi punti, generalmente condivisi e neanche troppo di sinistra a ben guardare.

Mentre parla, calcando quell’inflessione toscana così glamour, ci si chiede a che si deve tanto entusiasmo, oltre che alla super esposizione mediatica. Per tanti è l’ultima possibilità per una vittoria numericamente netta, nella speranza che in un modo o in un altro qualcosa cambi. Per altri – più o meno quelli che lo chiamano solo Matteo: Matteo qui, Matteo là, Matteo su, Matteo giù, Matteo dirà, Matteo farà, Matteo, oh Matteo, ah Matteo… – è soprattutto l’ultima occasione di carriera, la prateria insperata in cui infilarsi, lo spazio che si schiude inaspettatamente, la poltrona su cui sedersi un domani, forse, chissà!?

Ma cosa ha detto il probabile segretario del Pd di così elettrizzante? Cosa ha fatto questo nemmeno quarantenne per scatenare tanta energia? Lo si capisce quando si legge l’ultima battuta di D’Alema: “tanto nel Pd i circoli ‘meno male che Matteo c’è’ non ci saranno mai”. Tradotto: Renzi è un piccolo Berlusconi che vuole personalizzare il partito sul suo bel faccino, non voterete mica uno così!?

Tutto a un tratto, si viene assaliti da un dubbio: ma non è che la forza di Renzi – anzi Renzie, come è chiamato in rete, con la e come il Fonzie di Happy Days – la si deve proprio a lui, al leader dei leader, a Massimo D’Alema? A lui con la sua superiorità da stratega che vive nel mito della sua proverbiale arguzia? Ad uno abituato a trattare chiunque dall’alto in basso, figuriamoci un giovanotto che alla vita di sezione preferiva la Ruota della fortuna di Mike Bongiorno?

Se non ci fosse stata l’idea di rottamare D’Alema e quelli come lui, Renzi oggi sarebbe dov’è? Chi vota per lui non vota anche e soprattutto contro la vecchia dirigenza attaccata alle poltrone nonostante i reiterati fallimenti? In mezzo a tanti entusiasti, non ci sarà pure chi preferisce dare la chance a uno di cui non condivide tutto, ma che sente dire il vero quando chiede una nuova linea politica?

Non sarà facile per Renzi, D’Alema è un osso duro. Protesta per la troppa esposizione del nemico e intanto gli scatena contro giornalisti e comici legati al Pd, mentre lo riempie di battute al vetriolo, che però sembrano sortire l’effetto opposto. Renzi l’ha capito e fa il democristiano – che tra l’altro gli riesce bene- prima ribadendo la stima per l’uomo e per quanto ha fatto (quanto?) per la sinistra italiana e poi rinfocolando un duello tutto a suo favore.

Lo sa bene che, al di là della cortina fumogena alzata da un apparato pronto a tutto per difendere Letta e la vecchia classe dirigente di cui è espressione, alla lunga è difficile non accorgersi di come si siano comportati realmente i D’Alema & Co. Come, a parte il genuflettersi controvoglia al sindacato in quanto ponte con un mondo del lavoro sempre più distante, tutto abbiano fatto tranne che una politica di sinistra.

Insomma è facile attaccare Renzi perché vuole i voti del Pdl, perché piace a Berlusconi, a Briatore e a tanti imprenditori radical, per quel modo di fare così poco colto, perché non vuole la patrimoniale, perché all’inizio difendeva Marchionne e perché vorrebbe staccarsi dall’abbraccio della Cgil, addirittura, forse, per poi svendere i diritti dei lavoratori (anche se sul tema non è facile fare più di quanto fatto). Renzi è attaccabile da molti punti , il problema però è attaccarlo dopo vent’anni di nulla assoluto, dopo aver sostenuto Monti e la Fornero prima e messo in piedi un governo col Berlusca che nessun elettore avrebbe mai voluto dopo.

Il giovanilismo di Renzi a volte fa ridere. Fa il belloccio dalla De Filippi, ha di se stesso una considerazione smisurata che a malapena riesce a mascherare. Ricorda lo yuppismo dei tempi che furono e non si capisce come faccia a parlare per ore senza dire mai più di mezza ricetta per portare fuori dal guado un Paese alla deriva. Certo è peró che una possibilità non l’ha ancora avuta, mentre i suoi detrattori ne hanno bruciate tante.

Chi lo attacca perché troppo vicino al berlusconismo e vorrebbe l’ortodossia del gelido Cuperlo alla segreteria, dimentica che, nei vent’anni precedenti al disastro attuale, Renzi non c’era. Mentre D’Alema e gli altri, quelli “veramente” di sinistra, c’erano tutti. Anche quel 28 febbraio del 2002, quando, dinanzi a una Camera attonita, un indimenticabile Luciano Violante (dalemiano di ferro) pronunciò il seguente intervento:

“(…) se dovessi applicare i vostri criteri, quelli che avete applicato voi nella scorsa legislatura contro di noi, che non avevamo fatto una legge sul conflitto di interessi, non avevamo tolto le televisioni all’onorevole Berlusconi (…) Onorevole Anedda, la invito a consultare l’onorevole Berlusconi perché lui sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso, nel 1994, quando ci fu il cambio di Governo, che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l’onorevole Letta. A parte questo, la questione è un’altra. Voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni (…) durante i governi di centrosinistra il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte”.

La sintesi scolpita a futura memoria dell’operato politico di una generazione davvero (di) sinistra.