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Diritto di critica | September 20, 2020

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Ricordando Antonino Caponnetto

caponnettodi Virginia Invernizzi

Giudice, siciliano tutto d’un pezzo, Caponnetto non aveva avuto dubbi: quand’era stato assassinato Rocco Cinnici, si era candidato per sostituirlo, lasciando il posto ben più sicuro di magistrato a Prato. La mafia che aveva pensato di liberarsi del suo nemico più pericoloso con quell’autobomba davanti alla pretura si era trovata di fronte un altro magistrato, altrettanto determinato nel combatterla. Si parte subito, con la creazione del pool antimafia, lo scambio di informazioni sulle indagini, di dati fra i giudici; i risultati non si fanno attendere e sono straordinari prima il blitz di San Michele, considerato il blitz antimafia più importante del secolo scorso, poi il maxi processo con 474 imputati per mafia e le prime condanne per associazione a delinquere di stampo mafioso. Nel 1988 Caponnetto lascia l’incarico, convinto che sarà il suo collaboratore più brillante, Giovanni Falcone, a prendere il suo posto, ma così non è. Peggio, nel 1992 Falcone e poco dopo anche Borsellino, i due elementi più brillanti del suo pool antimafia vengono assassinati. Caponnetto non si arrende e sulla bara di Borsellino giura: “finché avrò fiato continuerò a testimoniare nelle piazze e nelle scuole il valore della legalità, a raccontare chi erano Falcone e Borsellino”.

L’impegno non viene disatteso, il giudice gira negli ultimi dieci anni della sua vita centinaia di scuole: “la mafia teme più la scuola che la giustizia” ebbe a dire.  Nei suoi discorsi raccolti nel libro “Antonino Caponnetto eroe contromano a difesa della legalità” incita i ragazzi all’assunzione di responsabilità, all’impegno, gli dice: ”Ragazzi godetevi la vita, innamoratevi, siate felici, ma diventate partigiani di questa nuova resistenza, la resistenza dei valori, la resistenza egli ideali. Non abbiate paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli. State attenti, siate vigili, siate sentinelle di voi stessi, l’avvenire e nelle vostre mani,ricordatelo sempre!”

Questo suo lavoro gli sopravvive, col progetto scuola della Fondazione Antonino Caponnetto, nel lavoro di tante associazioni che parlano di antimafia nelle scuole, una su tutte “Libera!” ma dovrebbe diventare di più, un sentire comune di educatori ed insegnanti, perché, quando si dice che la scuola forma i futuri cittadini, si capisca tutta la verità di quest’affermazione e non la si senta solo come un’espressione retorica. Il modo del giudice di guardare alla scuola come avamposto della legalità e come fondamento della democrazia, dovrebbe contagiare anche politici e governanti: è sulla formazione dei suoi cittadini che una repubblica democratica si gioca il suo futuro! Come si può allora sottrarle risorse o viverla come una componente accessoria del dibattito pubblico?

Ancora troppi gli insegnamenti che ha da darci la storia e l’esempio di questo magistrato, ribattezzato dai suoi collaboratori di giustizia Nonno Nino, per questo è un obbligo confrontarsi con il suo esempio, non dimenticarlo, ricordandolo almeno nei giorni dell’anniversario della sua morte.