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Diritto di critica | March 24, 2019

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Così i cittadini saranno obbligati a salvare le banche (con i propri soldi)

Così i cittadini saranno obbligati a salvare le banche (con i propri soldi)

bce_logoSe non avete mai sentito parlare del “bail in”, forse, è il caso di capire, almeno grosso modo, di cosa si tratta, visto che tra non molto potremmo essere costretti a familiarizzare con questa espressione. Il bail in (“salvataggio da dentro”) è una norma che, in caso di fallimento di una banca, dispone la ristrutturazione forzata a carico degli azionisti, degli obbligazionisti e dei correntisti. In questo modo il costo del salvataggio investe prima chi ha messo il proprio denaro nella banca in difficoltà e solo dopo ricade sullo Stato (bail out) e quindi sulla collettività.

Di fatto, l’Ecofin del 26 giugno scorso ha capovolto i termini del salvataggio bancario nei 28 Paesi della Ue, stabilendo che qualora una banca europea si dichiarasse insolvente soci, creditori e correntisti potrebbero coprire fino all’8% delle sue passività. Da ciò deriva che azionisti e obbligazionisti potrebbero perdere tutto quanto hanno investito. Mentre ai correntisti verrebbero aggrediti i risparmi che eccedono i 100 mila euro, dato che fino a quella cifra i depositi sono garantiti. Almeno – vista la velocità con cui cambiano le cose – fino ad ora.

L’entrata in vigore del nuovo regime era prevista inizialmente per il 2018. Mercoledì scorso però – notizia pressoché ignorata – i negoziatori dei Paesi europei hanno trovato l’accordo con i deputati del Parlamento Ue e se arriverà il via libera dei ministri europei, la procedura verrà anticipata al 2016. Da quel momento obbligazionisti e correntisti saranno costretti a farsi carico in prima persona del fallimento della propria banca.

L’Unione europea vuole velocizzare l’ingresso di questa procedura semi sconosciuta, in modo da renderla già esecutiva quando la Banca Centrale Europea avrà controllato tutti i bilanci bancari e stilato la lista degli istituti di credito in sofferenza.

A ottobre Mario Draghi aveva chiesto tempo per l’introduzione del bail in e temendone gli effetti sul sistema aveva consigliato di attendere la definizione l’Unione bancaria. Per tutta risposta si è deciso di dimezzare i tempi di ingresso. A spingere per l’accelerazione del bail in è stata la Germania con l’avallo della BCE, in modo da avere già pronta un’arma da utilizzare qualora, dai controlli che la BCE effettuerà sui bilanci delle banche a partire dal 2014, emergessero situazioni a rischio.

Sebbene il nuovo corso consente allo Stato di intervenire in favore di una banca evitando perdite ai creditori e ai titolari di depositi, tutto lascia presupporre che presto, oltre agli azionisti, pagheranno – a scalare – i titolari di obbligazioni secondarie, quelli di obbligazioni senior e, in ultimo, i possessori di conto corrente, con prelievo forzoso dai depositi sopra i centomila euro.

In pratica si tratta dell’istituzionalizzazione di quanto successo a Cipro l’anno scorso, ricordate? Sistema bancario in crisi profonda e allora via al prelievo dai conti. Dall’oggi al domani alcuni privati si sono visti togliere i propri averi per un totale di più di 4 miliardi di euro. Del caso si parlò come di uno scandalo, una rapina di Stato, tuttavia l’interesse mediatico per un fatto mai accaduto prima si è dissolto presto, anche perché la manovra era diretta in gran parte contro risparmiatori stranieri, russi in testa. Adesso questa soluzione potrebbe essere adottata anche da noi, ma nessuno ne parla. Stranamente, visto che molto prevedibilmente si scatenerà il panico.

Se pensiamo che quando lo spread era alle stelle i risparmiatori italiani si affrettarono a comprare i “bund tedeschi” in perdita – acquistati con rendimento negativo – pur di star sicuri, è ipotizzabile si aprirà una competizione tra le banche per chi è più affidabile. La paura di vedersi mangiare i propri soldi potrebbe innescare fughe di capitale alla prima avvisaglia di fallimento, con conseguente “previsione auto avverantesi” e default a cascata.

Non è un caso se il ministro Saccomanni, ha sostenuto che “in caso di rischio sistemico l’intervento pubblico potrebbe essere preferibile al rischio di contagio generato da un esteso utilizzo del bail-in”. Peccato che durante l’Ecofin sull’Unione bancaria, il ministro abbia modificato le sue posizioni dicendosi favorevole all’intervento pubblico, ma soltanto dopo un salvataggio interno (bail in) della banca coinvolta per almeno l’8% delle passività. Il dubbio, per niente confortante, è che lo strumento potrebbe esser stato approntato appositamente perché si è già deciso per altri “casi Cipro”.

Inutile dire che se così fosse l’Italia non sarebbe messa affatto bene. In prima linea, tanto per cambiare, c’è MPS (salvataggio da più di 4 miliardi di euro). Quello del Monte potrebbe essere un caso di scuola per capire come avverranno i salvataggi bancari nell’Europa della vigilanza unica. A confermarlo la confessione anonima di un dirigente della banca – rilasciata a Milano Finanza – in cui si rivela il timore che l’istituto senese venga utilizzato come cavia italiana per sperimentare il bail in anche in Europa.

Ma non c’è solo il Monte, infatti, secondo l’agenzia di rating Moody’s, fra i 128 istituti europei che la Bce esaminerà a rischiare ci sono diverse banche italiane con indice di capitale debole: Mps, Bpm, Carige, Banco Popolare e Credito Valtellinese. Si tratta di istituti che, in particolare, rischiano molto su uno dei criteri di controllo decisi da Francoforte: il rapporto tra patrimonio e attività, il requisito minimo dell’8% richiesto dalla Bce per il common equity Tier1 come disposto dagli accordi di Basilea sulla vigilanza bancaria. Secondo gli analisti queste banche avranno difficoltà a reperire risorse private per sopperire al bisogno di capitale, il che apre a due sole alternative: l’intervento statale o – per l’appunto – il bail in.

Discorso a parte merita l’opportunità dello strumento. Alla base del bail in c’è la volontà di escludere dai salvataggi bancari la collettività, ovvero, l’insieme dei contribuenti. Motivazione di per sé ineccepibile, se non fosse che a rimetterci non saranno solo esperti finanzieri e grandi industriali – ovvero chi conosce come gira la giostra – ma, soprattutto, piccoli e medi risparmiatori che magari hanno sottoscritto le obbligazioni proposte dalle banche pensando di mettere in sicurezza i risparmi. E se i privati con più di 100 mila euro sul conto non sono molti, diverso è il discorso per aziende e imprese, sui cui conti spesso transitano anche cifre elevate vista la liquidità occorrente a chi vive di mercato.

Siamo sicuri che, a causa di una procedura finora rimasta pressoché sconosciuta, sia giusto far pagare a questi risparmiatori (tra l’altro, anch’essi contribuenti) colpe non proprie, con il terrore di vedersi mangiare i risparmi da un sistema bancario che tollera e copre fino all’ultimo i vari Mussari & Co. e poi se ne lava le mani, addossando i danni ai privati, la cui unica colpa spesso è avere scelto la banca sbagliata?

La filosofia dell’“a chi tocca tocca” scelta dalla Ue potrebbe colpire un po’ tutti, lasciando sul campo uno Stato che non garantisce più “sempre e comunque” e una banca che da simbolo di sicurezza diventa sempre più sinonimo di rischio. Un altro pezzo di mondo che cambia con cui abituarsi a fare i conti.

 

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