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Diritto di critica | October 29, 2020

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Inferno Iraq, a dieci anni dalla cattura di Saddam Hussein

Inferno Iraq, a dieci anni dalla cattura di Saddam Hussein

Lunedì di sangue in Iraq, 76 morti e centinaia di feriti. All’inizio della settimana una serie di autobombe sono esplose in diversi quartieri sciiti di Baghdad uccidendo 27 persone. Altre due bombe sono esplose nelle zone di al-Bayaa e al-Nahda causando numerosi feriti mentre altre tre autobombe e una quarta attaccata magneticamente a un veicolo hanno provocato il ferimento di altre 25 persone.

Nel nord della capitale irachena due attentatori suicidi si sono invece fatti esplodere all’interno di una stazione di polizia uccidendo 5 poliziotti; poche ore dopo altri due kamikaze hanno detonato i propri ordigni all’arrivo delle forze speciali. A Tikrit due attentatori hanno fatto saltare il municipio per poi occuparlo ed ingaggiare una dura battaglia con le forze di sicurezza; bilancio finale della battaglia, 11 morti e 3 feriti. A sud di Baghdad altre due bombe sono successivamente esplose uccidendo 22 persone e ferendone 52. Nella giornata di domenica invece alcuni uomini armati hanno aperto il fuoco contro la giornalista televisiva Nawras al-Nuaimi, nei pressi della sua abitazione a Mosul, nel nord dell’Iraq. Si tratta del sesto giornalista iracheno assassinato dall’inizio di ottobre 2013.

Lo scorso 5 dicembre Kawa Ahmed Germyani, capo redattore del Rayal, era stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella zona autonoma curda di Sulaimanyah. Doveroso ricordare anche Bashar Abdulqader Najm, Mohammed Karim al-Badrani e Mohammed Ghanem, uccisi sempre nella zona di Mosul lo scorso ottobre. Secondo l’AFP sarebbero più di 6,400 le vittime della violenza nel paese dall’inizio del 2013; un bollettino impressionante che non può non far riflettere a dieci anni dalla caduta del regime di Saddam Hussein.

Nell’aprile 2003 i soldati americani conquistarono Baghdad e Tikrit; il 1° maggio George W. Bush dichiarò che gli Stati Uniti e i suoi alleati avevano vinto. Per l’Iraq fu la fine dell’”incubo Saddam”, di una dittatura che durava da ventiquattro anni, ma fu anche l’inizio di un altro incubo, l’era più sanguinosa e violenta della storia irachena. Nel paese non venne esportata la cosidetta democrazia ma subentrò l’anarchia. Il paese esplose in una spirale di violenza e instabilità non soltanto a causa del conflitto interno tra sciiti, sunniti e curdi, ma anche in seguito a dissidi interni di stampo tribale. La corruzione iniziò a dilagare, il paese divenne roccaforte di milizie di stampo jihadista da dove gruppi terroristi come al-Qaeda in Iraq, guidata da Abu Musab al-Zarqawi, facevano il bello e il cattivo tempo. Nel 2006 il gruppo assunse il nome di “Islamic State of Iraq” (ISI) e continua tutt’oggi a seminare terrore nel paese oltre ad essere una delle formazioni più forti all’interno del conflitto siriano. L’esercito iracheno dal canto suo, essendo stato da poco ricostruito, non è in grado di garantire la sicurezza sul territorio. A dieci anni dalla cattura di Saddam, dunque, l’Iraq è un Paese senza equilibrio.

Oggi l’Iraq è in mano sciita e il premier iracheno al-Maliki viene considerato da molti analisti un “fantoccio” di Teheran, come illustrato da Abdulrahman al-Rashed: “ …..l’Iraq è obbligato a seguire i suoi ordini visto che l’Iran ha il potere di eliminare e rinominare i leader iracheni, così come fa in Libano con Hizbullah”.

Come la Siria anche l’Iraq è vittima di giochi di potere, con Iran che preme per mantenere il suo asse verso il Mediterraneo, che passa attraverso il paese dei due fiumi; l’Arabia Saudita dal canto suo non vuole un’espansione di Teheran oltre confine. Gli Stati Uniti mantengono invece una posizione alquanto ambigua, come dimostrato anche per quanto riguarda il conflitto siriano.

Il paese avrebbe urgente bisogno di una rapida ripresa economica, investimenti esteri, dunque creazione di nuovi posti di lavoro, ma tutto ciò si può realizzare solo dove c’è sicurezza e al momento in Iraq tutto ciò manca. Ancora una volta gli interessi della popolazione e quelli internazionali sembrano andare in opposte direzioni. Persino i media sembrano ormai disinteressati all’Iraq, una volta sulle prime pagine di tutti i giornali, mentre oggi appare come una terra lontana, lontanissima. I “giochi” si sono spostati altrove. Si è vero, si muore, in tanti e quotidianamente, ma tutto ciò appare ormai come una macabra e ordinaria prassi, come se “Iraq” e “violenza” siano improvvisamente diventati sinonimi.

 

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