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Diritto di critica | October 15, 2019

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Pochi soldi per il sociale, troppi per le pensioni, così l'Italia si riscopre iniqua

Pochi soldi per il sociale, troppi per le pensioni, così l’Italia si riscopre iniqua

anzianiTasse, tante. Così l’Italia si attesta tra i paesi con il più alto prelievo fiscale al mondo, a contendersi il record con i paesi scandinavi, con la Francia, il Belgio e l’Austria. Oggi la pressione fiscale nel nostro Paese è al 44%, mentre in altre realtà sfiora il 50% come nel caso della Danimarca e Belgio. Ma questi dati non parlano del benessere di ogni singolo paese. Al massimo riescono ad essere il metro per valutare il livello di statalismo di ciascuna realtà. Storicamente i paesi scandinavi vantano una tassazione elevatissima, in cambio di servizi e di una maggiore equità sociale. Solo recentemente questo quadro si è incrinato, pur mantenendo standard che in Italia sono inimmaginabili.

Le tasse? Dipende da dove finiscono. Infatti, non sono mai le tasse il vero problema, bensì cosa con quelle tasse si fa. Uno stato “ricco” può scegliere di spendere quei fondi in vario modo. Uno stato “minimo” si atterrà a fornire i servizi essenziali, come la difesa, la pubblica amministrazione, le strade, la pubblica sicurezza e l’assistenza sanitaria di base. L’Italia è uno Stato “ricco”, checché ne dicano in molti. Eppure, il nostro Paese, che si classifica tra i primi posti per livello di tassazione, è quasi fanalino di coda nella classifica dei paesi Ocse per spesa sociale, pari al 5% del Pil. Fanno peggio solo Polonia, Grecia e Usa (quest’ultimo spende solo il 4%). La Danimarca, invece, con una tassazione di cinque punti percentuali più alta dell’Italia spende il 14% del proprio Pil, mentre la Svezia poco meno del 12%. E tutti gli altri soldi versati in tasse in Italia dove vanno a finire?

Soldi in pensioni e sanità. I dati Ocse sulla spesa sociale non tengono conto della spesa sanitaria e delle pensioni di anzianità. Se è vero che l’Italia è costretta ad utilizzare parte del suo gettito per ripagare gli interessi sull’enorme debito pubblico, la stragrande maggioranza della spesa riservata al sociale finisce in pensioni e sanità. Le pensioni gravano sul Pil italiano per il 16,6% (in lenta ma costante crescita in valori assoluti e tra i più alti livelli nella Ue), mentre la sanità si attesta poco oltre il 7%, segnando negli ultimi anni un leggero decremento, essenzialmente in linea con la media Ue.

Un paese di pensionati. Così, la scelta politica di sostenere solo certe classi sociali, come i pensionati (che maggiormente usufruiscono del sistema sanitario nazionale) e i lavoratori dipendenti in cassa integrazione, lasciando fuori dalla protezione i lavoratori autonomi e quasi completamente i precari (tipologia lavorativa presente soprattutto tra i giovani), porta questo paese a piazzarsi tra i più iniqui in Europa (ci batte solo la Gran Bretagna). Certo, la causa dell’iniquità non è delle pensioni, bensì di un insieme di fattori e di scelte che vedono soprattutto i giovani pagare a caro prezzo la crisi.