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Diritto di critica | November 27, 2020

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Lavori faticosi e più disponibilità: ecco perché in Italia si assumono stranieri - Diritto di critica

stranieri_lavoranoDisponibili a lavorare di più e a svolgere mansioni più pesanti rispetto agli italiani: il ritratto degli stranieri occupati nel nostro Paese mette in luce una realtà – quella del lavoro straniero – in controtendenza con la crisi lavorativa attuale. In particolar modo nelle piccole e medie imprese, quelle messe maggiormente alla prova dalla  congiuntura economica sfavorevole degli ultimi anni.

L’indagine. A tracciare l’andamento dell’occupazione straniera nelle pmi italiane è l’indagine condotta nel 2013 dalla Fondazione Leone Moressa su un campione di oltre 1000 aziende con meno di 20 addetti, indagine che mostra una realtà variegata e caratterizzata da timidi segnali di ripresa. I numeri parlano chiaro: nell’anno appena trascorso l’andamento occupazionale nella piccola impresa è tornato a crescere, seppur di poco (+1,60%), e l’aumento totale degli addetti è superiore all’aumento degli addetti stranieri (che si attesta invece al +0,93%). A livello di macroaree territoriali e settoriali, sono il Nord Ovest e il settore dei servizi alle persone ad aver registrato un maggiore incremento di manodopera non italiana nel corso del 2013: rispettivamente +3,68% e +2,53%.

I dati del lavoro straniero. Secondo i ricercatori della Fondazione Leone Moressa, i lavoratori stranieri «continuano ad essere una risorsa fondamentale per il sistema della piccola impresa italiana. Gli imprenditori riconoscono la loro disponibilità a lavorare di più e a svolgere mansioni più pesanti e, in alcuni casi, li considerano anche più affidabili rispetto agli italiani». Il che potrebbe spiegare come mai in Italia un lavoratore su cinque è straniero (23,9%) e il 43,4% delle imprese ha almeno un addetto straniero: la causa principale di assunzione di manodopera straniera è infatti – secondo il 33,6% di imprenditori intervistati – la carenza di manodopera locale. Secondo i dati, gli occupati stranieri proverrebbero per il 60% circa dall’Europa (il 26,3% da Paesi UE e il 36,5% da Paesi europei extra UE), per il 26,9% dall’Africa, per il 7,8% dall’Asia e per il 2% dall’America: i paesi più rappresentati a livello occupazionale in Italia sarebbero Romania, Albania e Marocco.

Lavoro come forma di integrazione. I dati raccolti dall’indagine della Fondazione riguardano anche il grado di integrazione raggiunto sul posto di lavoro dai dipendenti stranieri: circa la metà degli imprenditori intervistati, infatti, ritiene che i propri dipendenti stranieri siano bene integrati nella cultura italiana e che abbiano imparato la lingua italiana proprio sul posto di lavoro. «Per gli immigrati il lavoro rimane il mezzo più importante per avviare un percorso di integrazione – spiegano ancora i ricercatori della Fondazione – : è qui, infatti, che imparano con più facilità la lingua italiana. Un’altra risorsa per l’integrazione sono i figli in età scolare, che trasmettono ai genitori le conoscenze apprese a scuola». Il 33,9% degli intervistati, tuttavia, pensa che vi sia solo la conoscenza della lingua italiana, senza integrazione culturale.