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Diritto di critica | August 12, 2020

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Renzi e le promesse sul risanamento - Diritto di critica

Renzi e le promesse sul risanamento

ballaro-renziNemmeno il tempo di entrare pienamente in possesso dei propri poteri che l’esecutivo si trova davanti una serie di problemi economici non di poco conto.

Dopo il discorso di Renzi, infatti, dall’Europa è giunta subito una mezza doccia fredda. Va bene che il rapporto tra deficit e Pil al 2,6% è in calo rispetto al 3% atteso – miglioramento che si deve però alla crisi dei Paesi emergenti che porta a investire sui titoli (da noi, secondo Franco Bernabè, ancora per un anno) e ad abbassare lo spread riducendo i costi da pagare sugli interessi – ma la previsione di crescita del Pil italiano è stata tagliata dall’1,1 allo 0,6%, siamo i peggiori della Ue. Si tratta di una crescita piccolissima sull’anno precedente – e del tutto insignificante se raffrontata con quanto perso dall’inizio della crisi -, peggiore degli altri Paesi della zona euro. Peggio anche della Spagna che ha messo a punto a una vera riforma sul costo del lavoro, con sgravi sostanziosi per chi assume. Oltretutto, ed è il dato più allarmante che arriva da Bruxelles, la disoccupazione crescerà ancora.

Questa è la situazione in cui Renzi deve inserirsi, mettendo mano alle tante/troppe cose che ha promesso nel suo discorso al Senato. Una bella musica per le orecchie speranzose degli italiani a cui, però, le note più aspre – vedi coperture per attuare i programmi – sono state risparmiate.

È chiaro che per fare tutto quello che dice ci vogliono i soldi. Il problema allora diventa dove trovare le famose coperture, su cui regna una gran confusione. Le nebbie non si sono diradate nemmeno dopo l’intervista concessa da Renzi a Ballarò, con Floris ricevuto direttamente a Palazzo Chigi, tanto per marcare ancora la differenza di immagine con i predecessori. Renzi non ha svelato dove prendere i quattrini per la “politica del fare”. O meglio, tra un mese ci dirà dove prenderà le risorse per la riduzione a due cifre percentuali (all’inizio non si era capito nemmeno di che cifre si parlasse) del Cuneo fiscale. Tradotto: un taglio delle imposte da 10 miliardi. È vero che mettere un po’ di soldi nelle tasche dei cittadini e farne risparmiare agli imprenditori (questo è di fatto il taglio del Cuneo fiscale) è di primaria importanza per far ripartire i consumi. Per far ciò – osserva Renzi – i modi non sono tanti: o abbassi l’Irap, o l’Irpef, o tagli il costo degli oneri sociali, vale a dire, i contributi. La prima scelta aiuta le aziende, la seconda i lavoratori, la terza un po’ tutti e due.  Ma per sapere con precisione dove si taglierà dovremo attendere un mese. A copertura dei 10 miliardi di mancate entrate fiscali: la revisione della spesa e il recupero dell’evasione con accordi internazionali, ad esempio, con la Svizzera. La spending review dovrebbe ammontare a 32 miliardi in tre anni. Di questi, undici miliardi sono stati già utilizzati dai governi Monti e Letta. Mentre su un’altra bella fetta avrebbe messo un’ipoteca pesante la Ue: si parla di più di 7 miliardi da accantonare per la riduzione del debito.

Per combattere il credit crunch e per rimborsare quei 30 – 50 miliardi di debiti della Pubblica Amministrazione verso le aziende, invece, Renzi pensa alla Cassa Depositi e Prestiti che dovrebbe liberare 60 miliardi. In modo da “creare un effetto shock molto simile a quello avvenuto in Spagna”. Anche qui non si capisce bene come opererà la CDP. Tutto dipenderà da due emendamenti che Renzi ha promesso di mettere in campo tra quindici giorni e su cui ancora una volta non ha anticipato nulla. Ora, quali che siano i numeri esatti, appare chiaro che per finanziare tutte le promesse di Renzi l’utilizzo della spending review e il ricorso alla CDP non può bastare. E questo significa, ancora una volta, il ricorso ad una tassazione aggiuntiva.

Ma in Italia la tassazione è talmente alta che oramai si possono toccare giusto i patrimoni. O meglio le rendite finanziarie, dicitura decisamente meno onnicomprensiva e quindi meno preoccupante. Renzi non nasconde questa verità. L’Italia ha le tasse sul lavoro più alte d’Europa, mentre quelle sulle rendite sono tra le più basse (il 20%, in Europa in media siamo al 25). E visto che di tassare ulteriormente Bot e Btp (dato che poi dovremo andare a finanziarci sui mercati) non se ne parla, allora molto meglio colpire le rendite finanziarie classiche: il cosiddetto capital gain.

Ma è qui che per il giovane premier iniziano i dolori, quando si comincia a mormorare che la vera mira dell’esecutivo sia imporre una patrimoniale. Se ne parla da anni. Che si tratti di un prelievo forzoso, o di una tassa su titoli e rendite piuttosto che sugli immobili, il richiamo è allo stesso concetto. Per il momento solo a sentirla la parola patrimoniale – a cui Renzi ha sempre detto di poter ricorrere solo in extrema ratio – fa tremare le ginocchia non meno delle larghe intese.

Non a caso non appena il sottosegretario Del Rio ha fatto l’esempio della signora attempata a cui non si fa un gran male se, sui centomila euro investiti, si tagliano 50 euro, il ciellino Lupi lo ha immediatamente stoppato. E lo stesso Renzi è stato costretto a fare retromarcia e a riparare verso il concetto più soft di “tassazione sulle rendite finanziarie”. C’è da dire, però, che ormai dopo #enricostaisereno le rassicurazioni di Renzi suonano come un chiaro segnale d’allarme.

E allo stesso modo suonano le parole del commissario agli Affari economici della Ue, Olli Rehn, secondo il quale il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, “sa cosa deve essere fatto per rilanciare la crescita in Italia”. Parole sibilline che, visto il favore con cui l’Italia guarda alle politiche europee, suonano come un’investitura al contrario, un abbraccio mortale ad un ministro già gravato da un compito non facile.

Eppure, Rehn sa bene di cosa parla. Padoan è un noto sostenitore delle politiche del rigore. Qualche anno fa intervistato dal Corriere affermò l’utilità di proseguire su questa linea magari spostando la tassazione dal lavoro ai patrimoni, proprio quello che sembrerebbe voler fare Renzi. Inoltre, solo qualche mese fa – era ancora ai vertici dell’Ocse – l’attuale ministro dell’Economia, intervistato dal Wall Street Journal, aveva detto: “il dolore sta producendo risultati”. E che ci siano dei risultati – suicidi, fallimenti, disoccupazione e disperazione – è fuor di dubbio. Anche se intenderli positivamente, come fa Padoan, è un chiaro esempio di cinismo tecnocratico.

Lo stesso che si respira in Europa, dove una patrimoniale è stata consigliata vivamente dalla Bundesbank e non solo. Ricordate lo sfogo di Barca con il finto Vendola, “se ti dico che faccio una patrimoniale da 400 miliardi, cosa che secondo me va fatta…”. Sembravano parole per nulla in sintonia con i programmi del sindaco di Firenze, eppure – come già venuto fuori all’apice della crisi finanziaria del 2011 -, anche da noi non sono pochi gli economisti che, senza dirlo apertamente, ritengono necessaria una patrimoniale da mille miliardi per dimezzare il debito pubblico e seguire i dettami della Ue.

La situazione si preannuncia esplosiva, come vedremo meglio nel giro di pochi giorni.

E con queste premesse è abbastanza chiaro che difficilmente Renzi andrà – come aveva annunciato – all’attacco dell’Europa sul vincolo del 3%. Anzi, magari è presto per dirlo, ma i segnali vanno tutti in direzione opposta. Verso quella continuità che piace tanto a Germania e Bce. La linea che è stata di Monti, poi di Letta e ora si appresta a portare avanti il “rottamatore”.

Per prendere tempo e non affondare subito in mezzo al marasma economico, il premier ha comunque una carta da giocare: mettere al più presto in tasca agli italiani quel pò (non certo dieci euro) di soldi in più di cui tanto parla. Se, in un modo o nell’altro, ci riuscirà, guadagnerà un bonus di credito per giocarsi al meglio le europee e provare a incassare un’affermazione di cui ha bisogno come il pane dentro e fuori dal Pd. Altrimenti andare avanti per lui sarà un calvario.

 Twitter@virgiliobart