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Diritto di critica | December 13, 2019

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Tra Landini e Camusso, il terzo gode. E si chiama Renzi

Pd: Landini, Renzi faccia legge su rappresentanza sindacalePerché la Cgil è pronta a scendere in piazza contro un governo che – mercoledì finalmente sapremo se è vero – annuncia il taglio dell’Irpef ai lavoratori? È la domanda che si è fatto Renzi e non solo lui. Che Susanna Camusso non sia tra i principali fan del sindaco fiorentino è noto, ma nessuno si sarebbe aspettato questo comportamento ostile a prescindere, con la scusa della mancata convocazione delle parti sociali. Come se la consuetudine fosse imprescindibile e addirittura più importante di una misura urgente per il Paese. Tra i due, in realtà, non mancano le ruggini di vecchia data: era il 2011 quando il segretario della Cgil bacchettò il sindaco che aveva parlato di “stipendificio” a proposito della manifestazione del Maggio fiorentino.

Cambia la musica. Renzi ha sempre detto di essere pronto a tagliare quel cordone di subalternità che lega i democratici – e in genere tutti i partiti che l’hanno preceduto – al sindacato rosso, rimasto a lungo l’ultimo invalicabile simbolo della sinistra. Col rottamatore si cambia musica, almeno a parole, visto che la partita è appena cominciata e si preannuncia lunga e faticosa. Certamente Renzi non sente nei confronti del sindacato il peso che potrebbe avvertire un ex Pci. Nella sua concezione della politica, tutta improntata sul ‘fare e in fretta’, andare contro la Cgil non significa essere contro i lavoratori, ma semmai rimuovere un ostacolo per arrivare più direttamente alle famiglie saltando la concertazione.

I rischi e la paura. Sul piano della coerenza, finora, Renzi ha certamente lasciato molto a desiderare. Ma di certo non gli manca l’inventiva politica e la capacità di prendere tutti in contropiede sembra essere la vera cifra del suo tanto sbandierato giovanilismo. Mettersi da subito contro la Cgil – alle prime incerte battute di un esecutivo che promette di fare tante cose, addirittura scandendone i tempi, ma senza spiegare come – è roba da far tremare i polsi di qualsiasi presidente del Consiglio.

Il coraggio di Matteo. Ma è qui che il ‘giovin Matteo’ sembra essere diverso dai predecessori. Infatti, invece di arroccarsi e abbassare la testa, sperando di passare sotto traccia senza provocare reazioni, lui contrattacca. Afferma che il governo sa cosa deve fare e assicura che andrà nella direzione voluta anche contro il volere delle parti sociali. E se, alla fine, il sindacato sarà dall’altra parte, “pazienza”. Una frase shock, ma dietro a cui si nasconde una strategia ben precisa, che non ha niente a che vedere con l’avventurismo di un temerario.

L’alleanza con Landini. Renzi, infatti, ha un asso nella manica che si chiama Maurizio Landini. Proprio lui, il leader della Fiom, l’uomo tutto d’un pezzo che piace alla sinistra per la forza con cui fa rivivere l’antica dialettica “padrone-lavoratore”. L’unico capace di far sembrare il sindacato metalmeccanici come una realtà anti-sistema, ancorata a una dinamica dei rapporti fra le parti sociali improntata allo scontro. Difficile pensare a un personaggio più distante dal renzismo. Eppure, con una delle sue giravolte, Renzi è riuscito a fare sponda su proprio su di lui, l’ultimo dei leader sindacali a cui si sarebbe mai pensato di vederlo sorridere. Il premier ha capito che Landini sta per iniziare la vera battaglia interna al sindacato.

La crisi della Cgil. A maggio ci sarà il congresso della Cgil, un appuntamento vissuto con un attesa febbrile. Il prestigio della principale associazione italiana è minato dalla crisi e la Camusso teme che Landini possa essere la spina nel fianco troppo molle di un’organizzazione che fatica a ritrovare se stessa e non riesce a posizionarsi in maniera corretta al fianco di quanti vivono il dramma del lavoro senza protezione alcuna. Da tempo la Cgil si identifica con il mondo delle vecchie tutele, visto che le nuove forme di precarietà sono rimaste semplicemente ai margini di un’organizzazione che non riesce a ripensarsi in funzione di queste.

La svolta della Fiom. Anche per Landini del resto è arrivato il momento di svoltare. Va bene il consenso dentro e fuori dai metalmeccanici – gli è stato spesso chiesto se le sue posizioni avessero potuto in qualche modo far nascere un nuovo partito – ma il leader FIOM adesso deve muoversi. L’opposizione dura su tutto, da sola, non paga più. Lo si vede nelle aziende, del resto, dove lavoratori intimoriti accettano sempre più spesso la rinegoziazione di conquiste acquisite pur di non perdere il posto di lavoro. Le battaglie su posizioni ideologiche, in un contesto che sta mutando in peggio di ora in ora, rischiano di essere alla fine perdenti. È il clima generale del Paese che è mutato. E Landini ha fiutato che l’opposizione che non porta al risultato, capace a volte di bloccare ma mai di proporre, non paga e non può reggere a lungo.

Landini il rottamatore. La strada allora deve essere verso il cambiamento. Per il leader Fiom c’è la possibilità di giocare lo stesso ruolo che all’inizio Renzi ha avuto all’interno del Pd: minoritario dentro al partito, assolutamente preponderante fuori. Adesso, anche Landini, a dispetto della maschera torva esposta nelle tribune dei talk show, vuole essere interprete di un cambiamento nel sindacato. Per questo a proposito della mancanza di un tavolo con le parti sociali ha subito rimarcato la stucchevolezza della polemica, “Il problema non è semplicemente lamentarsi se c’è un tavolo o no. La sfida per chi vuole cambiare questo paese – ha detto Landini – è fatta sul come si cambia e sui contenuti del cambiamento, se il governo in questa fase sceglie di ridurre l’Irpef e la tassazione sui redditi più bassi credo che fa una cosa giusta”. Chiaro e lineare.

Amici-nemici, per un’alleanza strategica. Landini sa bene che per attaccare Renzi c’è sempre tempo, mentre adesso ha bisogno di segnare una differenza con Susanna Camusso. Col segretario dopo il giallo della lettera di “scomunica” per il capo dei metalmeccanici che proprio lei avrebbe inviato al sindacato, i rapporti sono logori. Nonostante ciò, ad ogni occasione Landini rimarca – altra incredibile similitudine con il Renzi di #enricostaisereno – che nel prossimo congresso confederale non è in discussione la guida del sindacato: “L’ho già detto tante volte nel congresso della Cgil non è in discussione chi fa il segretario generale, non è in discussione il segretario generale”. Allo stesso modo non nasconde i contrasti: “Ci sono dei dissensi ..uno l’accordo sulla rappresentanza e poi le scelte strategiche di un sindacato che deve avere la sua autonomia e giudicare un governo non da chi è composto ma da quello che fa”. Ma il punto che lo porta più vicino a Renzi e che suona come dura critica alla leadership della Camusso riguarda l’esigenza di creare un sindacato diverso, proprio uno dei cavalli di battaglia del rottamatore: “Io è qualche anno che dico che il sindacato deve cambiare…prima che lo dicesse Renzi. Quindi se io ragiono sul fatto che oggi la maggioranza di chi lavora non è iscritta a nessuna organizzazione sindacale, quindi c’è la necessità che il sindacato diventi più democratico, si apra e modifichi anche le sue strategie non c’è bisogno che lo dica Renzi”.

L’arma di Renzi. In attesa degli sviluppi bisogna ammettere che la velocità di lettura di Renzi è stata supersonica. Si aspettava l’attacco e si è mosso subito. Si è gettato nella vistosa crepa interna al sindacato, uscendo dalla linea di mira e riparandosi dietro un ostacolo ingombrante. E, con un ostacolo come Landini – il sindacalista duro e puro – davanti, per la Camusso impallinare Renzi in quanto nemico della Cgil sarà molto più difficile.