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Diritto di critica | October 20, 2019

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Dietro le quinte della politica, così "Matteo" ha raggiunto il successo

Dietro le quinte della politica, così “Matteo” ha raggiunto il successo

Matteo-RenziL’ANALISI – Le slide proprio come Obama, provvedimenti che vanno nella direzione di “sottrarre” argomenti a Grillo e quel modo di fare diretto – da alcuni definito “da venditore di pentole” – capace di convincere e infondere fiducia sulle intenzioni e sui possibili risultati. Le modalità comunicative di Matteo Renzi, da alcuni avvicinate in modo miope al solo Silvio Berlusconi del 1994, sono in realtà a più ampio spettro e hanno diversi modelli di riferimento. Da Barack Obama a Beppe Grillo.

Proprio nelle settimane in cui in libreria è possibile trovare diversi libriccini su Olivetti, ad esempio, Matteo Renzi lo cita parlando del tetto allo stipendio dei manager. E all’imprenditore di Ivrea si era rifatto anche Beppe Grillo (e i grillini), nel citare alcune frasi contro il sistema dei partiti. Un po’ come accade con figure del calibro di Pertini o Berlinguer, una politica oggi incapace di proporre modelli si rifà al passato per apparentarsi a figure storicamente carismatiche.

Ma a Beppe Grillo Renzi sta sfilando dalle mani anche temi come la lotta ai costi della politica, la crociata contro gli stipendi troppo alti dei manager pubblici, la riduzione del numero dei Parlamentari e certa retorica sui tetti e i limiti imposti dall’Europa, che strizza l’occhio anche agli elettori del centrodestra. Proprio l’antieuropeismo, infatti, è una delle tematiche care a Silvio Berlusconi e allo stesso Grillo che procalama di voler andare in Europa “per cambiarla dall’interno”. Per non parlare della proposta sugli 80 euro in più in busta paga: provvedimento “di sinitra” – di immediata verifica – che va incontro alle famiglie (tematica tanto cara anche all’elettorato vicino a Casini) e ai lavoratori.

In questo contesto, dunque, la maggior parte dei partiti e delle “correnti” – in primis quanti erano contrari a Renzi – sono costrette a rincorrere, tutti timorosi di contraddire il premier su un terreno scivoloso come quello della comunicazione, che con Renzi è una vera e propria macchina da guerra, uno tsunami di tweet, slide, interazioni continue. Uno stile che certo non rispecchia l’italian style ma che sta, a modo suo, “educando” il flow delle notizie e ampliando le fonti di informazione accreditate a veicolare messaggi. Tutto, inoltre, diventa cronaca politica, anche un hastag come #arrivoarrivo finisce sull’Ansa e trasmette un sentimento di vicinanza e immediatezza, di prossimità quotidiana, a chi segue – magari dal proprio smartphone – le notizie via Twitter o Facebook.

I “richiami” all’elettorato, quindi, da parte di Renzi sono trasversali, la retorica non è unidirezionale né monotematica, così come l’immagine smart di un premier “social” ha radicalmente cambiato il modo di comunicare all’esterno la politica da qui al futuro prossimo. Chi verrà dopo l’attuale premier, non potrà fare a meno di utilizzare e sviluppare gli stessi strumenti. In questa dimensione “liquida”, Bersani, Berlusconi, Casini e tutta la classe politica degli ultimi vent’anni pare ormai superata, ingessata. Gli unici contendenti dell’attuale scena politica ormai sono solo due: Matteo Renzi e Beppe Grillo.

Sul piano sociale, invece, l’attuale premier interpreta al meglio l’insoddisfazione dei cittadini nei confronti delle associazioni di categoria – altro tema caro ai grillini, ma non solo – bypassando Squinzi e Camusso per rivolgersi direttamente ai cittadini. La direzione non vuole avere alcun tramite: dall’istituzione al cittadino. E il messaggio è chiaro: la vera novità è la politica ongoing, i sindacati e le associazioni degli industriali sono ormai istituzioni superate, il premier parla direttamente ai cittadini e loro potranno chiedergli conto di quanto detto e fatto. E a rafforzare questa percezione c’è una comunicazione istituzionale basata su annunci di programmi concreti, scadenzati per date certe e quindi verificabili: una concretezza cui gli italiani non erano abituati, per lo più travolti da propositi vaghi e buone intenzioni.

Ultimo, ma non meno importante: l’atteggiamento di “Matteo” davanti alle telecamere. Lo sguardo gioviale, pulito, sempre sorridente ma deciso di chi sa il fatto suo, Renzi appare da un lato come il figlio di successo, dall’altro come il Tony Blair della politica italiana, capace di infondere sicurezza, fiducia e staccarsi da tutti i predecessori compassati e “lontani” dalla vita reale dei cittadini. I messaggi sono chiari, diretti, senza alibi, la comunicazione è travolgente. Il tutto condito con quella sfrontatezza che in alcune occasioni ha fatto discutere ma che forse è proprio quel tocco che è mancato al politically correct a cui da anni sono stati abituati gli italiani.

Quanti, dunque, avvicinano Renzi al solo Berlusconi, peccano quantomeno di miopia. Dalle slide di Obama alla retorica sulle famiglie tipica di tanto centrismo italiano, per arrivare al sostegno ai lavoratori e alle dichiarazioni contro costi della politica, stipendi d’oro ed Europa, Renzi ha capito che per essere l’unico player sul campo deve poter parlare a tutti e da tutti mutuare qualcosa. D’altronde, non è la prima volta che l’ex sindaco di Firenze “pilucca”: già nei famosi cento punti prese qualcosa da ciascuno facendone per tutti propositi politici. All’epoca – siamo alla Leopolda del 2011 –  già parlava di abolire i contributi all’editoria di partito e cacciar fuori i corrotti dalla politica e i partiti dalla Rai. Una trasversalità che spesso gli è stata rinfacciata dal suo stesso partito ma con cui “Matteo” è riuscito ad arrivare dove oggi lo vediamo.

Twitter@emilioftorsello