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Diritto di critica | September 23, 2020

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La Sharia e il diritto britannico, a rimetterci sono le donne

Donna-araba2La Sharia entra per la prima volta a far parte del diritto britannico, morale della favola: niente eredità per i non-musulmani, disparità tra uomo e donna e riconoscimento soltanto per i matrimoni islamici. The Law Society, associazione degli avvocati inglesi, ha pubblicato delle linee guida per aiutare avvocati e consulenti legali ad assistere i fedeli musulmani a stilare un testamento conforme alla legge islamica e contemporaneamente valido ai sensi del diritto britannico.

Nulla di scandaloso se non fosse per il fatto che la Sharia esclude dalla linea diretta di successione i figli nati fuori dal matrimonio, incusi gli adottati. Riconosce soltanto il matrimonio celebrato secondo la tradizione islamica, ragion per cui chi si sposa in chiesa o in Comune non può essere riconosciuto come erede; per non parlare del matrimonio tra una donna musulmana e un uomo non-musulmano, assolutamente vietato dalla legge islamica. Vi è poi il discorso sulla disparità tra uomo e donna, visto che la Sharia assegna alla donna una parte minore di eredità rispetto all’uomo. Le linee guida permettono inoltre l’inclusione di una dichiarazione di fede islamica nei testamenti e delega alcuni compiti alle moschee locali. (Qui il testo integrale).

Provvedimenti raccapriccianti nel cuore dell’Europa, che mettono seriamente a rischio i diritti universali dell’essere umano e la parità tra uomo e donna. Durissima la posizione della baronessa Caroline Cox, membro della Camera dei Lord impegnata in campagne per la protezione delle donne dalle discriminazioni a sfondo religioso: “Questi ultimi sviluppi sono molto preoccupanti, violano i nostri principi e farebbero rivoltare le suffragette nella tomba”.

Keith Porteous Wood, direttore della National Secular Society, ha illustrato al Sunday Telegraph la gravità di tale provvedimento, che mette a repentaglio un sistema legale basato su democrazia e diritti umani, in favore di una legge di stampo religioso legata a un’altra era e che nulla ha a che fare con la cultura britannica. La Law Society sembra dunque disposta a sacrificare 500 anni di progressi nell’ambito dei diritti umani.

La decisione britannica va chiaramente contro la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ratificata da tutti gli stati europei compresa la Gran Bretagna, in quanto introduce un sistema legislativo basato in parte proprio sulla discriminazione tra uomo e donna. Oltre all’evidente violazione dei diritti umani vi è poi un ulteriore fattore che va tenuto in considerazione, cioè il rischio che si crei un sistema legale parallelo alla Common Law all’interno della comunità islamica britannica, cosa che in parte è già avvenuta, come dimostra il documentario della BBC, “The secrets of sharia courts”, che ha portato alla luce alcuni fatti inquietanti.

Di corti della sharia in Inghilterra ve ne sarebbero circa ottantacinque. Poi c’è una vasta rete di “consigli” informali islamici, che operano esternamente alle moschee, occupandosi di divorzi e di custodia dei figli. Nessuno ne conosce il numero reale. Le corti operavano a porte chiuse, inaccessibili a osservatori esterni indipendenti.

Il fatto che il modello “multiculturale” britannico è stato un fallimento per quanto riguarda il processo di integrazione non è certo un segreto; basta addentrarsi per alcuni quartieri dell’East End per rendersene conto. In alcune “sharia zone” non è permessa la vendita e il consumo di alcolici, di musica non coranica, di donne in abiti non conformi a determinate regole.

Nel dicembre 2013 tre islamisti improvvisatisi “vigilantes”, forse nel tentativo di imitare la polizia religiosa saudita, erano stati arrestati per aver aggredito una coppia che aveva osato camminare per mano nella zona ritenuta dai tre fanatici “islamicamente pura”. Non è certo un caso che estremisti islamici del calibro di Abu Qatada e Abu Hamza hanno trovato per lungo tempo rifugio in Gran Bretagna. Vi è poi Anjem Choudary, fondatore assieme a Omar Bakri Muhammad, del gruppo radicale al-Mouhajiroon e successivamente fondatore di Islam4UK, che continua ad agire indisturbato nel paese.

Sempre in Inghilterra hanno poi trovato rifugio diversi membri dei Fratelli Musulmani in seguito alla deposizione in Egitto di Mohamed Mursi, secondo alcune fonti nella zona di Cricklewood, periferia nord di Londra. Nell’estate del 2013 il Telegraph aveva parlato della possibilità che il nuovo leader della Fratellanza, Gomaa Amin, fosse nascosto proprio nella capitale britannica.

Un Regno Unito che appare sempre più incapace di contrastare le imposizioni di un Islam radicale che ha ben compreso la debolezza del sistema e cerca di far breccia all’interno dell’establishment appoggiandosi a lobby politiche e professionali locali. Un danno enorme non soltanto per gli inglesi ma anche per tutti quei musulmani che vogliono integrarsi all’interno del contesto sociale britannico nel pieno rispetto dei diritti universali dell’uomo.

Si spera che tutto ciò serva da monito in Italia, l’approccio britannico ha dimostrato di essere fallimentare e certi gruppi hanno ben compreso come trarre vantaggio da quel sistema democratico da loro tanto aberrato. Integrazione significa sapersi adattare al contesto socio-culturale del paese ospitante; le usanze appartenenti ad altre culture sono accettabili soltanto nel pieno rispetto delle leggi e delle regolamentazioni locali, senza se e senza ma. Lo Stato ha il dovere di far rispettare la propria legislazione e le proprie norme; l’alternativa è quella che stiamo vedendo in Gran Bretagna, cioè società e sistemi legislativi paralleli, con tutte le relative conseguenze.

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