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Diritto di critica | July 16, 2018

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Erdogan e la rete. La Turchia nella spirale della censura

Erdogan e la rete. La Turchia nella spirale della censura

erdoganErdogan blocca YouTube; dopo il tentativo, tra l’altro fallimentare, di mettere fuori uso Twitter, il rais turco ora prende di mira la più nota piattaforma web per la visualizzazione e la condivisione di video e vìola così la Convenzione Europea dei Diritti Umani e la stessa Costituzione turca, nello specifico al punto 5651 che include norme per internet.

Il quotidiano turco Hürriyet spiega che il blocco è stato ordinato dalle autorità a seguito della diffusione di alcune registrazioni su YouTube nella quale il ministro della difesa Ahmet Davutoglu e il capo dei servizi segreti turchi Hakan Fidan parlavano dell’ipotesi di un’operazione militare della Turchia in Siria. Verosimilmente un tentativo per distrarre gli elettori turchi dalle numerose problematiche interne in vista delle elezioni amministrative del 30 marzo.

“Su YouTube sono state diffuse cose che riguardavano la sicurezza nazionale. Si tratta di un gesto ignobile, immorale”, ha dichiarato Erdoğan durante un comizio elettorale a Diyarbakir, nel sudest del paese. Cercheremo i responsabili, ha detto Erdoğan, che accusa della pubblicazione della registrazione il suo ex alleato Fethullah Gülen, attualmente in esilio negli Stati Uniti.

Sono in molti però a credere che i motivi siano ben altri; infatti sono ormai settimane che girano voci su un presunto video hard nel quale sarebbe coinvolto proprio il premier turco assieme all’ex miss Turchia, Dafne Samyeli. Se tale ipotesi venisse confermata avrebbe effetti devastanti su un Erdogan da tempo in preda a reazioni ben poco ponderate.

A fine febbraio su YouTube era stato pubblicato un video con alcune intercettazioni telefoniche nelle quali Erdogan ordinava a suo figlio Bilal di far sparire un grosso quantitativo di denaro. In poche ore il video è stato visto da oltre due milioni di utenti. Il premier aveva negato l’autenticità delle registrazioni e aveva definito la vicenda come un “complotto”, puntando ancora una volta il dito contro “forze oscure” legate a Gulen.

In un altro video apparso su YouTube, Erdogan aveva pubblicamente insultato gli sciiti e i seguaci di Fetullah Gulen, accusandoli di essere bugiardi e di sedizione contro il governo. Nelle precedenti settimane erano inoltre emerse altre intercettazioni nelle quali il Primo Ministro parlava con un dirigente del gruppo editoriale Ciner, chiedendogli di non dare spazio a notizie su politici di partiti avversari. I leader di tutti i partiti di opposizione avevano a quel punto  immediatamente chiesto le sue dimissioni e l’apertura di un’inchiesta a suo carico, che è stata successivamente aperta dalla procura generale di Ankara.

Lo scorso 20 marzo Erdogan ha tentato di far bloccare anche Twitter, dopo che sul social network erano apparsi diversi documenti su possibili casi di corruzione nel governo, ma sei giorni dopo un tribunale amministrativo di Ankara aveva revocato il blocco. Un tentativo tra l’altro fallimentare visto che un’infografica dell’agenzia di social media monitoring turca, la Somera, ha illustrato come, in seguito al blocco, i tweet turchi sono aumentati del 33% e il numero degli utenti è cresciuto del 17%, balzando da 1,49 milioni da 1,75 milioni. Aumento dei tweet confermato anche dal Dipartimento di Stato americano.

A pochi giorni dal cruciale voto per le amministrative del 30 marzo, dunque, Erdogan tenta per l’ennesima volta di silenziare internet nella speranza che il suo partito possa uscire vincitore alle urne. In caso contrario il premier non potrebbe fare altro che dimettersi, come dichiarato da lui stesso all’inizio di marzo: “Sono pronto a lasciare la politica se il mio partito non dovesse uscire vincitore alle elezioni”.

Chissà che il premier non si troverà nella situazione di doversi dimettere sul serio, visto che i pronostici non sono dei migliori; un sondaggio della Metropoll dello scorso gennaio dimostra come il sostegno popolare nei confronti del suo partito, l’AKP, sia sceso dal 50% del 2011 al 36,3%. Ovviamente, viste le “manovre” di Erdogan degli ultimi mesi, sono pochi quelli che si aspettano veramente delle sue eventuali dimissioni in caso di sconfitta.

Erdogan voleva in tutti i modi ostentare forza, ma invece ha dimostrato solo debolezza; un leader di Stato che fa deportare giornalisti, come nel caso di Mahir Zeynalov, che cerca sistematicamente di bloccare internet, che perseguita gli inquirenti che si occupano delle indagini di corruzione del suo entourage è un debole in preda alla disperazione. In aggiunta non c’è neanche riuscito, visto che i giornali continuano a scrivere, i video continuano a girare sul web e il popolo turco è ben consapevole di come aggirare i blocchi. Insomma, un rais che non è neanche in grado di fare il rais.

 www.giovannigiacalone.net