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Diritto di critica | July 14, 2020

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Le lacerazioni dell'Islam italiano, "ma la Dottrina non c'entra"

Intervista a Ibrahim Gabriele Iungo, direttore editoriale della rivista “‘Âlim - The Sharî‘ah Scholar's Journal”

di | 20 Mag 2014Aggiungi questo articolo al tuo Magazine su Flipboard

Qual è il ruolo della politica nei luoghi di culto, e come affrontare la questione della politicizzazione dell’Islâm e delle ingerenze di elementi esterni al contesto dell’Islâm italiano?

“Nel corso dei secoli, la civiltà islamica non ha identificato nella moschea (masjid) soltanto una sede di riunioni devote, ma anche – di volta in volta – un luogo di accoglienza e di ricovero, un centro di studi qualificati, un ambiente deputato a dirimere i contenziosi legali ed un riferimento autorevole per stabilire l’orientamento civile della comunità. In questo senso, il ruolo della politica non rappresenta soltanto un aspetto qualificante, bensì anche un elemento di equilibrio e di garanzia tra le diverse e talora divergenti istanze che attraversano il corpo sociale, e che proprio nella moschea dovrebbero poter trovare un ambito privilegiato di stabilità, mediazione e ricomposizione. Il problema della “politicizzazione dell’Islâm” emerge laddove il luogo di culto non rappresenti più eminentemente l’ambito deputato alla trasmissione ed all’applicazione corretta della dottrina tradizionale – anche in quegli aspetti che riguardano più direttamente le regole della convivenza civile – bensì un ambiente che promuova apertamente le posizioni di un partito o di un movimento che ambisce a rappresentare tout court le “ragioni” dell’Islâm stesso – di fatto, escludendo gli oppositori politici dal novero dei credenti, in modo esplicito o per via allusiva.  L’influenza di alcuni movimenti Islamici in Italia è una realtà ormai storicamente consolidata; per affrontare tali problematiche sarebbe dunque necessaria innanzi tutto una grande trasparenza: l’affiliazione ed il sostegno a determinati partiti ed organizzazioni sono di per sé legittime, ma richiedono altresì l’onestà intellettuale di saperle riconoscere e giustificare. Purtroppo, a Milano si è proceduto esattamente nel senso opposto: da un lato negando l’evidenza, circa i legami strutturali con determinati movimenti internazionali, e dall’altro procedendo ad acuire le contrapposizioni e lo scontro politico, tanto all’interno della comunità islamica quanto nei confronti delle istituzioni locali. Ciò su cui possiamo e dobbiamo lavorare – oggi perlopiù “a margine” dei grandi network comunitari  – è la promozione e la coltura di una coscienza comunitaria saldamente radicata nel terreno fertile della dottrina ortodossa, vero e solo baluardo contro gli opposti estremismi di un integralismo violento e politicizzato – figlio degenere delle tragedie che a tutt’oggi affliggono le terre musulmane – e di un miope integrazionismo, il cui esito non dà alcuna garanzia nemmeno dal punto di vista della sicurezza sociale, spingendo diverse generazioni di musulmani nell’oblio di un’identità sradicata e contraddittoria”.

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