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Diritto di critica | August 20, 2019

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Analisi di una sconfitta: tutti gli errori di Grillo e Casaleggio

Dall'intervista con Mentana fino al salotto di Vespa, passando per piazza San Giovanni, i due guru del M5S non si sono accorti di tanti - troppi - sbagli

Analisi di una sconfitta: tutti gli errori di Grillo e Casaleggio

di | 26 Mag 2014Aggiungi questo articolo al tuo Magazine su Flipboard

Un trionfatore ha sempre come alter ego un grande sconfitto. Le due figure si intersecano, si toccano, sono tra loro interrelate. E se il trionfo del Pd alle Europee 2014 è innanzitutto il trionfo di Matteo Renzi, la debacle del M5S va attribuita tutta o quasi a Beppe Grillo. Da qui discende che per spiegare la sconfitta si debba partire dalla vittoria.

Il rottamatore, “l’ebetino”, ha scalato il partito, il governo e ora anche le urne. Adesso avrà il peso della vittoria da portare in spalla, ma questa è un’altra storia. Renzi ha sbagliato molto poco e i tre mesi di governo li ha giocati soprattutto per questo: per vincere le elezioni. Nessuno avrebbe scommesso sulle proporzioni di un successo elettorale che nella storia della Repubblica è secondo solo a quelli della Democrazia Cristiana alle politiche del ’48 e del ’58, ma allora c’erano la DC e il PCI, Togliatti e Fanfani: altri tempi. In quanti avrebbero puntato un euro sul fatto che Renzi mettesse ko Grillo, il grande sconfitto? Nessuno.

>> LE DOMANDE CHE NESSUNO FA A GRILLO E CASALEGGIO – LEGGI

Grillo sembrava inarrestabile, con le piazze in fermento e il web colonizzato da orde di elettori inferociti con la politica e i partiti, e di integralisti ormai sulla via della guerra santa contro “i giornalisti servi” e più in generale contro chiunque non la pensasse allo stesso modo. Ma Renzi, rimarcando anche in questo il dopo Bersani, invece di mettersi sulla difensiva si è fatto sotto, ha contrattaccato da subito e ha piazzato i suoi colpi a viso aperto. Se l’è giocata al massimo insomma.

Aveva gran parte della stampa dalla sua, aveva un’enorme visibilità dovuta al ruolo di premier, d’accordo, il che non è poco. La mossa degli 80 euro, su cui sono fiorite critiche e ironie, ha indubbiamente pagato e molto. Però, aveva contro la vecchia classe dirigente del suo partito – anche se ieri in parecchi sono saliti sul carro dei vincitori – e l’intellighenzia che non lo ha mai amato e lo ritiene un sottoprodotto di scarso valore culturale. Eppure, ha fatto più del PCI alle europee del 1984, subito dopo la morte del suo leader più amato di sempre, Enrico Berlinguer.
E non era facile. Fare campagna elettorale da premier spesso non aiuta. Soprattutto dopo un trimestre di governo cominciato come una luna di miele e ben presto segnato da dubbi e sospetti. Le coperture da verificare, lo spettro di possibili nuove tasse dietro l’angolo. Le tante riforme sbandierate ma ancora tutte da fare e pronte a inabissarsi nella palude tra promesse e spot, tra un Senato e un Italicum a dir poco criticabili. Per non parlare del modo in cui Renzi ha preso il potere, con un comportamento politico assolutamente incoerente rispetto agli annunci dell’inizio. Si è trovato in piena bagarre, sotto il fuoco incrociato dei sindacati (Camusso su tutti) e della Confindustria, a cui ha continuato a tenere testa contro i consigli impauriti dei suoi.

Poi gli sono arrivate tra capo e collo due mazzate poderose: le inchieste giudiziarie con Expo 2015 e il ritorno di Primo Greganti – arrestato secondo l’accusa per aver favorito le coop rosse – e il caso Genovese. Ma, soprattutto, le previsioni di crescita ancora con segno negativo. Eppure, Renzi ha sempre detto “non arretriamo di 1 millimetro” e alla fine ha dato più di 20 punti al Movimento cinque stelle. Vincere con più di 20 punti di scarto alle europee non era facile. Non era pensabile.

Ma se il merito va al premier, di chi è la colpa? In queste ore il web è un florilegio di accuse agli italiani di essersi venduti per un piatto di lenticchie, di essere sciocchi e paurosi, pecore meritevoli delle loro sventure. In definitiva, i soliti “coglioni”. Interpretazione riduttiva, quanto puerile. Perché la sconfitta dei 5 stelle è soprattutto merito di Beppe Grillo. Dei suoi errori tattici e di comunicazione.

Quel #vinciamonoi – divenuto ora #vinciamopoi – presente ovunque dalle bocche dei parlamentari ai commenti su Facebook, sembrava una promessa reale. Si è rivelato uno slogan iettatorio: il risveglio è stato drammatico. Ma la sconfitta, al pari della vittoria alle politiche, ha un solo padrone: Beppe Grillo. Lui, il condottiero che risveglia le coscienze assopite, il difensore degli oppressi, il Masaniello, il megafono, il fondatore, il capo politico, il padrone del simbolo, stavolta ha sbagliato tutto.

In primis, i toni: sempre aggressivi, sempre sboccati e beffardi, sempre offensivi, pesanti anche a livello personale ma soprattutto carichi di sicumera e spocchia. Sembrava di assistere alla continua celebrazione di una vittoria già scritta, al trionfo di una schiacciante superiorità morale che, in nome di sé stessa, può permettersi tutto.

Poi la tattica. Ma che cosa è il movimento e come si posiziona? Alla domanda se è di destra o di sinistra la risposta di Beppe Grillo è che è un’altra cosa. Quale non si capisce. A volte sembra la Lega, altre un partito di ultra destra, altre di sinistra. Odia l’Europa dei banchieri ma sta un po’ nell’euro e un po’ no. Ha una politica sull’immigrazione confusa. Il suo leader parla di “peste rossa” neanche fosse Forza nuova e poi cerca tardivamente e goffamente di inglobare i miti del PCI e della resistenza. Critica la Chiesa ma all’ultimo si attacca alla tonaca di Papa Francesco. Fa di tutto per mettere paura ai nemici con un linguaggio di morte, però poi vuole mostrare il volto buono e allora va da Vespa. Cita Hitler, poi Chaplin, ma non vuole essere un dittatore. Uno vale uno, ma lui quanto vale non si capisce mai: perché una volta è il giullare, una volta il padrone severo del simbolo e del blog, un’altra il capo politico. Però non decide nulla, per carità, decide tutto la rete, salvo per quanto attiene all’universo mondo delle scelte fondamentali: lì uno vale per tutti. Indice gogne mediatiche per i giornalisti servi pagati dai partiti coi soldi degli italiani, promette processi sommari ai pennivendoli, agli imprenditori e ai politici. Sembra una cosa seria, in tanti esultano e insultano. Poi si scopre che è tutto un bluff, un processino così, tanto per dire, per farsi quattro risate. Intanto c’è chi viene coperto di insulti e minacce, ma tutto è lecito, la libertà di stampa vale per gli altri per lui no. Ma l’importante è non attuare vendette, eh, mi raccomando! Di tutto è un po’, Grillo ha creato una gran confusione.

Lui e Gianroberto Casaleggio hanno inanellato una serie di errori enormi, talmente macroscopici da poter spingere qualche dietrologo dell’ultim’ora a ipotizzare anche una premeditazione. Della serie: vinciamo noi, ma non troppo. Un dubbio senza certezza, che segue il “teorema anti grillino”, mai provato, per cui rimanere all’opposizione senza cedimenti è il modo migliore per ottenere consensi senza sporcarsi con gli schizzi di merda e produrre tanti clic sul sito gestito dai due timonieri pentastellati.

Ma si tratta di chiacchiere. I fatti sono altri. Grillo ha spaventato più di quanto non abbia attratto e tre milioni di voti in meno stanno lì a dimostrarlo. Non solo e non tanto per i modi da orco cattivo, ma perché, tolti questi, ha messo in evidenza una pochezza politica imbarazzante. La critica dei suoi show non è già più una novità, qualche soluzione – possibilmente fattibile – ai problemi sarebbe stata gradita e non è arrivata mai, nè da lui, nè tanto meno dai candidati sconosciuti che ritroveremo nell’Europarlamento.

La campagna, partita da lontano, è stata iniziata male e finita peggio. Da subito Grillo ha puntato Renzi. A cominciare dalle consultazioni, quando non ha fatto mai parlare il segretario democratico. Si è dimostrato chiuso, di una durezza ottusa, che non ha permesso all’uno di esporre le proprie ragioni, nè a lui di motivare convincentemente le sue critiche e i suoi dinieghi.

La P2, la mafia, Licio Gelli, siamo in guerra, siete tutti morti, tutti ladri, tutti mafiosi, arrendetevi siete circondati…ma Grillo quanto pensa possa reggere una politica basata su una comunicazione simile? Quando poi, come niente fosse, dichiara di voler vivere comodamente da solo nel suo orticello perché non può allearsi con i ladri e i mafiosi che hanno distrutto l’Italia? Che per carità può anche starci in termini assoluti e tutti da dimostrare. Ma in politica significa attendere uno, dieci, trent’anni, duecento, per poi forse, quando la casa è bruciata e se esisti ancora, intervenire col 100 per cento dei consensi. Peccato che nel frattempo il mondo corra, la crisi galoppi e il tempo in politica passi velocissimo.

Nell’isolamento di virtù e perfezione in cui gli unici onesti si sono posti al riparo dal rischio di sporcarsi le mani, ha colpito come, sia lui che i suoi luogotenenti, ogni tanto si dichiarassero pronti a governare. Non è casuale: “siamo pronti, ci sentiamo pronti, dall’opposizione ci chiediamo chissà cosa potremmo fare”. Si, ma quando, con che voti? E poi adesso ci sono le Europee non le politiche, non è proprio uguale.

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