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Diritto di critica | July 5, 2020

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Sciopero degli addetti ai call center, gli invisibili scendono in piazza

Oggi è la giornata degli addetti dei call center: le voci senza volto e senza nome dei centralini mostrano la faccia al paese, scendendo in piazza a Roma per chiedere retribuzioni eque, meno sfruttamento e, soprattutto, uno stop alla delocalizzazione selvaggia che mette a rischio decine di migliaia di posti di lavoro in Italia, in nome di guadagni che raggiungono sempre e solo qualcuno, e mai qualcun altro.

Call center, l’evoluzione di un “lavoretto”. Lo sciopero – indetto da Cgil, Cisl e Uil e al quale hanno preso parte cinquemila lavoratori da tutta Italia – è l’apice di una situazione generalizzata più vicina allo sfruttamento che al lavoro dignitoso: secondo le stime ufficiali, sono almeno 80mila gli impiegati nei 2.270 call center italiani, ma data la forte presenza di sommerso nel settore le cifre potrebbero essere molto più alte. Nel corso degli ultimi dieci anni è cambiata anche la composizione degli operatori: quello che prima era infatti un lavoretto mordi-e-fuggi per giovanissimi e neolaureati alla ricerca di una piccola retribuzione integrativa è diventato ora in larga parte un lavoro a tempo pieno per 35-40enni, spesso sposati e con famiglia, per i quali il call center è spesso l’unica fonte di sostentamento. Nonostante la laurea o la specializzazione. E con stipendi che, nel caso degli outbound (cioè gli addetti al contatto telefonico con i potenziali futuro clienti), l’anno scorso si aggiravano attorno ai 5 euro lordi orari.

Un settore in crisi, tra delocalizzazione e sfruttamento. La Slc-Cgil ha presentato pochi giorni fa un dossier di analisi del settore, conosciuto più per il fastidio delle chiamate e per la difficoltà di trovare un’interfaccia diretta con la persona dall’altro capo del telefono che non per le problematiche interne che lo rendono quasi una “terra di nessuno”, fatta di regole aggirate, leggi non rispettate, lavoro nero, stipendi in costante ribasso e sempre più delocalizzazione da parte delle aziende. E se nel 2007 arrivò un’ondata di 27mila contratti a tempo indeterminato per tentare di dare un segnale forte di cambiamento, la crisi ha determinato profonde mutazioni nel settore. A cominciare dal “dumping” con le società estere, la delocalizzazione di parte delle attività verso Paesi dove il costo del lavoro è significativamente più basso: «occorre tener presente – spiega al Corriere della Sera Michele Azzola, segretario nazionale della Slc-Cgil, – che all’estero ci sono colossi da 100-200 mila persone che gestiscono società che si occupano sia di outbound che di inbound (quello degli operatori addetti a ricevere le telefonate, ndr). E che hanno tarato le loro strategie aziendali sull’efficienza e sull’economia di scala. In Italia, invece, abbiamo 2.270 aziende: di queste solo 10 sono medio-grandi. Le altre sono realtà piccole se non polverizzate». Il che spiega il motivo per cui «molti imprenditori del settore in una qualche maniera hanno appoggiato questa protesta: perché noi vogliamo garantire anche alle nostre aziende la sopravvivenza».