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Diritto di critica | May 22, 2019

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"Map to the stars'', la Hollywood spietata di Cronenberg - Diritto di critica

Ancora nelle sale il film candidato alla Palma d'oro a Cannes, e che ha visto premiata come migliore attrice Julianne Moore

“Map to the stars”, la Hollywood spietata di Cronenberg

Prendete l’assolata Hollywood e i suoi viali senza fine, avvicinatevi alle eleganti ville con piscina e con un ipotetico binocolo sbirciate dentro: scoprirete ancora una volta come tavoli in mogano e idromassaggi di ultima generazione facciano da stridente contorno a personaggi nevrotici, depressi, insoddisfatti, costretti a convivere con traumi e fantasmi del passato. Lo psicodramma “Map to the stars” ci conduce nei meandri di queste sofferenze attraverso la storia della famiglia Weiss. Il padre (John Cusack) terapista delle star, abile e preciso nel curare i pazienti quanto incapace di esprimere le proprie emozioni ed affrontare con la moglie la tragedia familiare; un figlio tredicenne, attore in ascesa, sbruffone e già in balia di droga e ansie; una figlia (la brava Mia Wasikowska) psicolabile sfregiata da un incendio che lei stessa ha appiccato anni prima, e tornata in città per redimersi, dopo anni di casa di cura. «Volevo cambiare prospettiva ancora una volta – ha dichiarato David Cronenberg in un’intervista – e cimentarmi con il dramma familiare. Certo, non il solito dramma familiare». Attorno ai Weiss ruotano aspiranti attori in attesa dell’occasione giusta (Robert Pattinson, già protagonista, con lo stesso regista, di “Cosmopolis”), adolescenti ricchi e annoiati, attricette invidiose, agenti frustrati.

Maps-to-the-stars-teaser-posterIl lato oscuro di Hollywood È su questo dolente contrasto tra lusso e disperazione, tra esteriore ed interiore che David Cronenberg costruisce quindi il suo quadro spietato di Hollywood e dello star system americano. Rischiando, si, di cadere nello stereotipo e nelle banalità che circondano la percezione generale di attori e attrici d’ogni sorta (la classica associazione fama-soldi-droga-sesso, per esempio), ma aggirando l’ostacolo anche grazie alle ottime interpretazioni dei protagonisti. Su tutti l’eterea Julianne Moore, che incarna alla perfezione un’attrice sul viale del tramonto ossessionata dall’idea di interpretare in un remake il ruolo che fu della madre (morta in un incendio: ecco il fuoco che torna come emblema dell’effimero, di distruzione ed esternazione di traumi e ferite psicologiche). La sua Havana Segrand, moderna Norma Desmond, è talmente grottesca, ironica e problematica da diventare quasi solenne nella sua disperazione: «I miei personaggi lavorano nell’industria del cinema – ha detto ancora Cronenberg – e vivono condizionati dal potere della scritta “Hollywood” e con tutte le pressioni che comporta il voler diventare attori, registi e via dicendo». “Map to the stars” prende il nome dalle cartine che a Los Angeles si danno ai turisti per mostrare loro dove abitano le celeb: «Se vuoi vedere dove viveva Rock Hudson o Robert De Niro, c’è una mappa che te lo indica, letteralmente. Nel mio film questa diventa metafora del come si arriva alla celebrità, del come si diventa famosi».

Nei meandri della mente Dopo aver sperimentato i più svariati generi, il decano Cronenberg convince anche in questa critica al mondo cui egli stesso appartiene. Rimangono intatti comunque la sua voglia di esplorare l’animo umano, di calarsi nelle paure e nella malattia della psiche, questa volta però in versione patinata, o apparentemente tale: «Hollywood è un mondo che è seduttivo e ripugnante allo stesso tempo, ed è la combinazione tra queste due cose che lo rende così potente». Più chiaro di così.