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Diritto di critica | July 14, 2020

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Quella doppia morale sul caso Gambirasio

Sui social si chiede rispetto per la privacy e per la presunzione d'innocenza dell'indiziato (italiano). Ma quando il presunto colpevole era straniero, nessuno se n'era preoccupato

Nessun uomo nero, nessun “immigrato che ruba, stupra e uccide” da linciare mediaticamente, nessun “marocchini fuori da Bergamo”, come auspicava qualcuno tempo fa: sarebbe italiano e bergamasco doc il presunto assassino di Yara Gambirasio e tanto basta perché all’improvviso, tra i commenti sui social, l’opinione pubblica in salsa localista rivendichi con forza quel “presunto”. Come invece non aveva fatto quando il “presunto” era Mohammed Fikri, ragazzo marocchino fino a poco tempo fa unico indiziato per l’omicidio della giovanissima ginnasta di Brembate (BG).

E se da un lato lo “sbatti il mostro in prima pagina” è ormai una pratica abituale del giornalismo italiano in cerca di click per coccolare un pubblico morboso ed emotivo, dall’altro basta farsi un giro su Facebook o su Twitter per rendersi conto di quanto doppiopesismo si stia manifestando in questa drammatica vicenda. “Ma prima di sbattere le foto del mostro (presunto), non sarebbe meglio averne la certezza?”, “ma perché pubblicate foto e nomi, volete il linciaggio?”, “E se venisse dichiarato innocente?” sono solo alcuni dei commenti che, tra ieri ed oggi, sono comparsi in relazione agli articoli che raccontavano l’identificazione del presunto killer di Yara e che chiedevano una maggiore attenzione alla privacy di una persona per la quale, almeno fino alla convalida del fermo, vale la presunzione di innocenza.

Peccato che lo stesso zelo non fosse stato applicato quando l’indiziato per l’omicidio era il giovane muratore marocchino Mohammed Fikri, “incastrato” da un’errata traduzione di una telefonata ed offerto in pasto alla gogna mediatica e ad un certo razzismo alla “occhio per occhio” che non aveva certo tardato a manifestarsi: “e ancora una volta mi viene dura pensare che gli extracomunitari siano tutti bravissime persone come dicono”, “bisognerebbe seviziarli tutti questi immigrati”, “siamo alle solite: vengono qui a stuprare e uccidere”, e via dicendo. Con tanto di foto del (presunto, anche in quel caso) mostro in prima pagina e vita sbattuta e sviscerata sui giornali, ma senza nessuno che si preoccupasse dell’applicazione di quel “presunto”.

Perché nell’Italia della Lega Nord  la presunzione di innocenza vale solo per gli italiani e la privacy va tutelata solo per gli autoctoni. Per gli “immigrati di merda”, in fondo, chissenefrega.