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Diritto di critica | November 21, 2019

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Emorragia SEL, i ''miglioristi'' scelgono Renzi

Emorragia SEL, i ”miglioristi” scelgono Renzi

I “miglioristi” se ne vanno. Gennaro Migliore, Claudio Fava e altri otto (o dieci, ancora non è chiaro) parlamentari lasciano SEL e si incamminano verso Matteo Renzi. Con buona pace di Vendola che, nel raccontare come Migliore fosse un dirigente politico talmente stimato da essere indicato capogruppo di SEL, parla di “un momento difficile, grande dolore, anche personale” . La forza attrattiva di Renzi continua a crescere dopo le elezioni del 41%. Che sia per metterlo in difficoltà, o per trarne un vantaggio accodandoglisi, la fila di chi apre, dialoga e si dichiara non pregiudizialmente ostile, si allunga. Piuttosto che contrapporglisi decisamente, rischiando di passare agli occhi del Paese come disfattisti e difensori dello status quo, tutti o quasi preferiscono accompagnare le mosse del premier come in un combattimento di aikido. Cercando di sfruttare la sua stessa energia, magari sperando, prima o poi, di ritorcergliela contro.
Così, dopo il disgelo di Grillo, quello della Lega e il ritorno all’ovile dei 14 dissidenti capeggiati da Corradino Mineo – una sorta di Spartaco nella terza guerra servile. Con la differenza che i 14 hanno salvato la pelle- tornati di corsa in maggioranza non appena hanno visto tutta l’opposizione correre in senso opposto al loro, adesso anche i fuoriusciti dal partito del presidente pugliese entrano nella sfera d’influenza del premier.
Certo, la spaccatura sul voto a favore del decreto Irpef sugli 80 euro – alla fine vinta da Migliore 17 a 15 sulla linea sostenuta da Nicola Fratoianni – ha determinato la scissione di Sinistra Ecologia e Libertà e riproposto lo scontro che periodicamente si rinnova all’interno della “cosiddetta” sinistra italiana tra anti e filo governativi.
Ma se questo è stato il caso scatenante, la fine di SEL è dettata più di ogni altro motivo dalla fine del “vendolismo”.
Come sempre in politica, non manca una buona dose di pelo sullo stomaco, tuttavia, l’abbandono di Nichi Vendola non è solo il frutto avvelenato del “caso” Tsipras – costato il seggio europeo a SEL e a Marco Furfaro – quanto della defunta leadership politica del governatore pugliese. Attendersi che un personaggio politico come Gennaro Migliore possa soffrire per aver distrutto una “comunità” di cui è stato uno dei fondatori, non è proprio possibile.  E, vista la sua storia, come dargli torto. In fondo, ad uno che è partito da Napoli ed ha scalato tutte le posizioni dentro Rifondazione, ritrovandosi a 38 anni (quando ancora non era iniziata l’era dei “giovani quarantenni”) a Montecitorio, per poi inabissarsi quasi subito appresso a Fausto Bertinotti, non può chiedersi adesso di morire per Vendola. Specie dopo avere atteso sei anni  per ritornare, nel 2013, alla Camera. Il ricordo della dura risalita è troppo fresco perché il politico napoletano pensi anche solo lontanamente ad un ritorno nell’oblio. Stare fermo un giro non gli capiterà più. Almeno non per essersi legato mani e piedi alla sorte di qualcun altro, chiunque esso sia. Soprattutto se si tratta di uno la cui carriera politica sembra aver imboccato la parabola discendente. Migliore è cinico, ma almeno non lascia spazio ai dubbi: “non vado dove mi porta il cuore, perché il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Una frase a metà tra una vecchia canzone e la caricatura di Vendola fatta da Checco Zalone, ma che la dice lunga.
A differenza di Claudio Fava, peró, Migliore non sembra avere nessuna voglia di affrontare nuove traversate nel deserto della sinistra da ricostruire.  Fosse per lui, approderebbe subito armi e bagagli alla corte di Renzi. Con cui, da buon politico, prima di giocare le sue carte ha già preso contatto.
Ufficialmente a spingere via da SEL il capogruppo a Montecitorio ed il vice presidente della commissione Antimafia, è stato l’ingresso della lista Tsipras nel GUE, quando entrambi avrebbero preferito di gran lunga il PSE di Schultz. In realtà, però, la politica europea è solo una foglia di fico. La vera ragione del saluto a SEL parte da una lucida analisi che, in estrema sintesi, ha decretato la fine politica del loro capo. Optare per la lista Tsipras è stata una difesa che Nichi Vendola ha eretto dinanzi a se stesso. Una scelta dettata da vicende personali più che da opportunità politiche favorevoli al partito. Una mossa obbligata per non essere identificato, nella galassia atomizzata della sinistra, come un filo piddino vicino ai potentati economici più odiati. Un filo renziano ormai divenuto, anche pubblicamente, perfino inopportuno. Il Vendola dei trionfi pugliesi non esiste più.
I funambolismi della sua retorica immaginifica sono un lontano ricordo. Oggi Vendola è soltanto un politico “bollito” che lotta strenuamente per restare a galla, sia pure cercando di non farsi notare troppo. Attratto nemmeno troppo segretamente dal partito democratico  – ancora di più dopo il trionfo europeo ed il tragicomico esperimento che ha portato la lista Tsipras a nascere e con ogni probabilità a morire nello spazio di un mattino -, ha dovuto inevitabilmente sostenere una posizione, se non contraria, quantomeno alternativa a Renzi.

Questo gli è valso un successo catastrofico – raggiunto da separato in casa con Rifondazione e gestito da garanti (leggi Spinelli) abili soprattutto a godere del ruolo di “terzo” tra i due famosi litiganti – che non gli è valso nemmeno un seggio, ma, in compenso, ha spaccato in due il suo partito.

Il processo che ha portato alla scissione non è nato ieri. Migliore e Fava hanno capito fin da subito che, dopo il caso Riva e le a dir poco imbarazzanti intercettazioni che lo hanno investito, per Vendola era finita. L’incoerenza tra il personaggio pubblico schierato dalla parte della gente e quello morbido e scherzoso coi “re” di Taranto emerso dal dietro le quinte, è troppo grande.
Ed anche se lui non ha nessuna voglia di farsi da parte e non si intravedono rottamatori all’orizzonte, per il governatore già si intona il de profundis.

Annusato l’incendio, all’ex capogruppo di SEL ed ex capogruppo di Rifondazione Comunista non è rimasto che precipitarsi verso la sola uscita di sicurezza possibile: il PD di Renzi. Una scelta che per un comunista di una volta sarebbe valsa l’infamante qualifica di traditore socialdemocratico. Altri tempi. Oggi bisogna cercare solo di sopravvivere, anche a costo di dimenticarsi le origini e mutare colore.
Come si cambia per non morire.