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Diritto di critica | August 9, 2020

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Renzi all'attacco dei tedeschi

Il premier vola a Strasburgo per il discorso di insediamento da presidente di turno della Ue. Ed è subito scontro con i popolari tedeschi

“Non faremo come voi”. Matteo Renzi va in Europa e si toglie qualche sassolino dalle scarpe. Dopo il voto per il Parlamento della Ue e con il discorso di insediamento dell’ex sindaco di Firenze in qualità di nuovo presidente di turno della Ue, può scatenare la sua offensiva contro i falchi tedeschi. Quel “non faremo come voi” è l’arma puntata già da qualche giorno contro chi oggi in Germania oggi bacchetta l’Italia, dimenticandosi che poco più di 10 anni fa fu proprio il governo di Berlino a sforare il tetto del 3% del rapporto deficit/Pil. Certo, alla guida dell’esecutivo tedesco c’era il socialista Gerhard Schröder e non i popolari di Angela Merkel, ma nella costruzione comunicativa del premier italiano non c’è spazio per queste sottigliezze.

Lo scontro Renzi-Weber. Renzi subisce l’attacco di Manfred Weber, europarlamentare tedesco e capogruppo del Partito popolare: “Non ci fidiamo dei governi guidati dal partito socialista europeo (ndr: il Pd, nel caso dell’Italia), non vogliamo che si facciano debiti in cambio di riforme”. Ma il premier italiano non è uno che incassa volentieri i colpi senza restituirli: “L’Italia non chiede di sfondare il tetto di Maastricht. A Web, che non so a che titolo parli visto che il mio governo è sostenuto anche da popolari (ndr: Ncd e Udc), ricordo che la Germania sforò per prima”. Il messaggio è sottile ma chiaro: “Non veniteci a fare la lezioncina”.

“Ok a Junker in cambio di flessibilità”. Così, il governo italiano punta a maggiore flessibilità dei parametri. Senza questo ammorbidimento, il Pse, che può vantare una folta pattuglia di eurodeputati del Pd, non darà il via libera a Jean-Claude Juncker, leader del Ppe e naturale candidato alla poltrona di presidente della Commissione europea. Il messaggio è stato ribadito oggi anche da Simona Bonafè che guida la delegazione Pd a Strasburgo: “Junker ci deve convincere. Abbiamo sempre detto e messo in atto che noi guardiamo ai contenuti prima che alle persone”.

Un discorso tra il colto e il pop. Ma, al di là di tutto, Matteo Renzi – nel suo discorso di insediamento – ha volato alto, parlando a braccio e senza rinunciare a qualche citazione letteraria e qualche accostamento “pop”. “Se oggi l’Europa si facesse un selfie vedrebbe il volto della stanchezza, della rassegnazione, il volto della noia”, ha spiegato il premier che non ha mancato nemmeno di citare Google Maps.

Quello che Renzi dimentica. Renzi ha parlato sia ai tedeschi che agli elettori italiani. Forse più ai secondi che ai primi. In questo si spiega il perché il premier ha snobbato la conferenza stampa con i giornalisti europei per volare a Roma dove Bruno Vespa lo aspettava a braccia aperte per uno speciale estivo. Ma Renzi ha tralasciato un po’ gli aspetti programmatici del suo semestre. Ha parlato di ciò che sta a cuore all’Italia come il problema dell’immigrazione dalla Libia (oltre al tema della flessibilità), mentre ha appena fatto cenno al problema ucraino, che da novembre potrebbe diventare il principale problema per tutta la Ue se la Russia dovesse interrompere le forniture di gas.

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