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Diritto di critica | August 13, 2020

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Gaza, Hamas e quel giro di ''false'' fotografie delle vittime

Sul web e sui social impazzano immagini di massacri, ma si riferiscono a conflitti passati, in contesti spesso ben diversi

L’utilizzo dei media per fini di propaganda è, oggi più che mai, di importanza fondamentale e in particolare internet, attraverso cui il proprio messaggio può essere recapitato a milioni di utenti in tutto il mondo. Lo abbiamo recentemente visto con lo Stato Islamico di Iraq e il Levante, forse primo gruppo nella storia del jihadismo a sfruttare così ampiamente la rete.

Il problema è quando la propaganda diventa disinformazione, nella speranza di ottenere solidarietà internazionale e generare “reazioni di pancia” da parte di un popolo di internet estremamente propenso a “condividere” ma che raramente si preoccupa di verificare la veridicità delle fonti.

Mettiamo dunque per un attimo da parte le solite retoriche sul drammatico contesto dei missili di Hamas e dei bombardamenti israeliani per mettere in evidenza un episodio, sicuramente non nuovo, ma che è stato messo in risalto anche dalla BBC e da Liberation, due quotidiani sicuramente non noti per essere sionisti.

Secondo il quotidiano francese Liberation, in una settimana sono stati pubblicati in rete più di 400mila tweet per denunciare l’attacco israeliano a Gaza, molti dei quali accompagnati da foto di case distrutte, foto di bambini feriti in modo raccapricciante o morti; peccato che buona parte di quelle foto non hanno proprio nulla a che fare con gli attuali bombardamenti su Gaza, ma sono piuttosto vecchie foto prese da attacchi in Siria, in Iraq e da vecchi bombardamenti su Gaza.

La BBC ha citato diversi casi, tra cui quello di immagini multiple pubblicate su Twitter con descrizione: “This is not a matter of religion. This is a matter of Humanity”, ma le foto, spacciate per attuali a Gaza, erano invece del mese scorso in Siria e dell’Iraq nel 2007.

Amdirahim Saeed della BBC in arabo ha affermato che il cattivo utilizzo di queste foto non sono una novità, erano già state segnalate in passato; Saeed ha inoltre messo in evidenza l’importanza di verificare le fonti.

Due anni fa Diritto di Critica trattò un caso simile, quando sul web comparve una foto che generò non poche diatribe e scambi di accuse tra sostenitori della causa palestinese e difensori di Israele. Nell’immagine, pubblicata su diversi siti quali “Australians for Palestine”, “Palestinian Libra”, “BDS” e che secondo alcune fonti sarebbe stata inizialmente messa in rete da un utente di Facebook con il nominativo di Wesley Muhammad, mostrava la parte inferiore di un soldato, dalla vita in giù, che calpestava con l’anfibio una bambina sdraiata a terra mentre nel contempo le puntava la canna di un fucile in viso. In molti sui social networks spiegarono che si trattava di un soldato israeliano che calpestava una bambina palestinese, salvo poi essere pesantemente smentiti quando comparve la foto nella sua versione integrale che, non soltanto metteva in evidenza il tipo di equipaggiamento del militare, decisamente non in dotazione all’IDF, ma il fatto che si trattava di una dimostrazione tendente al teatrale, con tanto di bambini sullo sfondo che sorridevano e adulti che scattavano foto.

Insomma, senza mettere in discussione il dramma dei bombardamenti e del lancio di razzi che colpiscono sia i civili palestinesi che quelli israeliani, è più che legittimo chiedersi se la popolazione di Gaza ha veramente bisogno della disinformazione e della strumentalizzazione di foto per esprimere il proprio disagio e far valere le proprie ragioni.

Decontestualizzare un’immagine e cadere nella disinformazione, che come conseguenza porta ad attribuire al relativo elemento in questione una falsa realtà, non ha alcuna utilità dal punto di vista informativo e rischia di creare violente reazioni senza apportare beneficio alla causa della popolazione di Gaza; popolazione che rischia di esserne piuttosto danneggiata. L’utilizzo strumentale di foto di vittime, tra cui molti bambini, è oltretutto inappropriato da un punto di vista etico.

Chi trae dunque vantaggio da tutto ciò? Ovviamente Hamas che, è importante sottolinearlo, non è assolutamente sinonimo né di “Islam” e tanto meno di “popolo palestinese”. Hamas non è altro che il braccio palestinese dell’organizzazione islamista radicale dei Fratelli Musulmani, messa al bando in numerosi paesi tra cui l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Russia, sotto inchiesta in Gran Bretagna e con numerosi suoi membri arrestati negli Emirati Arabi.

La stessa Hamas è recentemente stata messa al bando in Egitto perché accusata di spalleggiare gruppi di estremisti islamici che hanno preso di mira militari, politici e persino turisti. Non è un caso che il gruppo terrorista egiziano Ansar al-Maqdis è stato segnalato proprio a Gaza.

Hamas, isolata a livello internazionale dai suoi stessi ex alleati arabi e persino dall’Iran, che sembra sempre meno incline a continuare a fornire il suo appoggio all’organizzazione di Gaza, schieratasi con i jihadisti anti-Assad, aveva disperato bisogno di un’escalation per recuperare un po’ di solidarietà internazionale e magari anche qualche appoggio che però probabilmente non arriverà, come non è arrivato ai Fratelli Musulmani egiziani. [4]

Non è un caso che i missili di Hizbullah stavolta tacciono; ne è stato sparato soltanto uno e si è trattato di un caso isolato non collegato al Partito di Dio libanese, molto più preoccupato per la deriva jihadista sunnita in Siria e Iraq.

Hamas sta inoltre perdendo il controllo di Gaza; non gestisce più nemmeno le brigate Izzidin al-Qassam. La popolazione della Striscia sembra non tollerare più l’organizzazione radicale che domina il territorio con estrema violenza e che non concede elezioni dal 2006, quando andò al potere.

I segnali per una disfatta di Hamas ci sono tutti, dalla creazione del movimento Tamarrod Gaza, sulla scia di quello egiziano anti-Fratelli Musulmani, fino al Manifesto pubblicato dalla “Gioventù di Gaza” che critica aspramente sia l’operato di Hamas che Israele, come documentato dal Guardian.

Insomma, l’escalation è l’ultimo disperato tentativo di un Hamas isolata e ai minimi storici in quanto a popolarità nella Striscia di Gaza. Solo un intervento ad ampio raggio israeliano potrebbe parzialmente aiutare l’organizzazione jihadista, ma verosimilmente ormai neanche quello.

Un’ultima osservazione che merita di essere fatta è: per quale motivo tutto questo sdegno non è stato espresso sulla rete quando i jihadisti sunniti dello Stato Islamico di Iraq e il Levante massacravano inermi civili sciiti e sufi in Iraq? Forse perché anche nel mondo islamico esistono “musulmani di serie A e musulmani di serie B?”

 

 

Comments

  1. AndreaMarketto

    ok, e gli ormai 200 morti son falsi anche quelli? E anni di occupazione, umiliazioni, deportazioni, privazioni, maltrattamenti, arresti ingiustificati, soprusi? Tutto falso?

    • Interheaven

      Ma di che cosa stai parlando? Ma vai a gaza a lottare e morire per il tuo popolo invece di grattarti ! Vergognati!

      • AndreaMarketto

        si dà il caso che io sia italiano. Forse che non è vero quello che ho scritto?

        • Interheaven

          Sei italiano, ma sputi merda su israele, quindi visto che odi così tanto israele, vai a gaza e aiuta i palestinesi! Tutti quelli che manifestano contro israele devono andare a gaza! Io non ho mai visto una manifestazione contro la Siria che si uccidono tutti i giorni più di 100.000 morti, niente per la Libia niente per l’Egitto, niente per gli attentati in Afghanistan che stanno uccidendo 30 40 civili al giorno se non di più! I poveri arabi si ammazzano tra di loro ma sono tutti contro israele chesi difende da questi pazzi! Io se israele dovesse aver bisogno andrei subito ad aiutarli. E sono angloaustraliano! E comunque hai scritto solo fesserie leggiti un pochino di storia.