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Diritto di critica | September 21, 2019

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Srebrenica, l'Olanda condannata per non aver fermato il massacro

I militari inviati dal governo di Amsterdam non intervennero per fermare una vera e propria strage nella Bosnia in guerra

Srebrenica, l’Olanda condannata per non aver fermato il massacro

di Emiliano Germani

“Non esiste neutralità di fronte ad un assassino. Non fare nulla per fermarlo è già una scelta, non è essere neutrale”. È una delle frasi più significative del film “No man’s land”, che con ironia e intelligenza ha raccontato l’orrore della guerra in Bosnia e la frequente inerzia della diplomazia internazionale e delle cosiddette “forze di pace” dell’ONU di fronte ad una violenza tanto ottusa quanto inutile.

Una follia etnica. Srebrenica è il nome di una cittadina dell’ex Jugoslavia, oggi parte di quella assurda entità geografica nata dalle sue ceneri la Bosnia Erzegovina. Una sorta di stato inter-etnico, nato da anni di massacri tra bosniaci serbi ortodossi, bosniaci croati cattolici e bosniaci musulmani. Persone che, dopo aver vissuto per anni come vicini di casa, colleghi, spesso addirittura come parenti, all’improvviso hanno trovato nel delirio nazionalistico una ragione per odiarsi, farsi del male, uccidersi e depredarsi.

Il massacro. Srebrenica dista da Roma poco più di 600 km in linea d’aria. Come Bolzano, pressappoco. Eppure molti italiano non sanno che poco più di 19 anni – l’anniversario è caduto in questi giorni – lì furono uccise circa 8mila persone. Anche se i calcoli sull’effettivo numero dei morti è reso difficile dal fatto che i corpi sono stati prima ammassati in fosse comuni, poi dissepolti e spostati, per paura che qualcuno un giorno potesse trovarli. Ad oggi, sono stati identificate 6mila persone. Ma quelle che mancano all’appello sono molte, molte di più.

L’Onu immobile. A difendere Srebrenica 11 anni fa c’era un contingente ONU olandese. Le persone di Srebrenica vedevano nei caschi blu la garanzia della loro salvezza. Ma quando i miliziani serbi si presentarono alle porte della città, l’Onu non li fermò. Quando i miliziani serbi chiesero che le migliaia di bosniaci rifugiati nella loro base uscissero, i caschi blu olandesi acconsentirono. E quando i serbi entrarono in città, 8mila bambini, uomini e vecchi dai 12 ai 77 anni sparirono nel nulla, mentre le donne e le bambine rimaste sole divennero preda dello stupro etnico.

La sentenza. Oggi, il Tribunale dell’Aja, a cui si erano rivolti i parenti delle vittime, ha ritenuto il governo di Amsterdam “civilmente responsabile” per la morte di 300 persone deportate dai serbi bosniaci dal compound olandese di Potocari, alle porte di Sebrenica. Il governo olandese dovrà quindi risarcire le famiglie delle vittime. Tuttavia, al tempo stesso, il tribunale ha sancito che lo stato olandese non può essere giudicato responsabile complessivamente della strage perché anche se la avesse denunciato direttamente alle Nazioni Unite, ciò “non avrebbe comportato un intervento militare diretto dell’Onu” e non avrebbe perciò impedito il genocidio.

Fare i conti con l’inadeguatezza militare. Difficile e forse ingiusto giudicare i militari olandesi che all’epoca si trovavano a Srebrenica. La maggior parte di loro eseguiva semplicemente degli ordini e anche gli ufficiali si trovarono a fare i conti non solo con una evidente inadeguatezza militare (poche centinaia di olandesi contro migliaia di serbi bene armati), ma anche con le pastoie burocratiche dell’Onu e della diplomazia internazionale. Tra l’altro, molti di quei soldati, tornati in patria, hanno sofferto per anni di stress post-traumatico, molto probabilmente legato anche all’orrore di Srebrenica. L’Olanda, dal canto suo, ha affrontato la questione sia dal punto di vista politico (nel 2002 la pubblicazione di un report che denunciava i limiti organizzativi e militari del contingente inviato in Bosnia causò una crisi di governo), sia dal punto di vista giudiziario, come dimostra la sentenza appena emessa. Certo, tempi lunghi, lunghissimi.

In ogni caso, a distanza di anni, rimane lo sgomento per l’orrore della guerra e per come, nel pieno cuore dell’Europa, l’Onu si sia trovata ad essere spesso spettatore passivo delle sofferenze di persone che doveva proteggere.