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Diritto di critica | October 30, 2020

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La Libia è nel caos, nel dopo Gheddafi è guerra civile

La Libia è nel caos, nel dopo Gheddafi è guerra civile

La Libia è nel caos, ormai è guerra civile. L’aeroporto di Tripoli è sotto assedio da un mese con le milizie di Misurata e quelle di Zintan che lottano per il suo controllo. Il quartier generale delle forze speciali a Bengasi, nell’est della Libia, è caduto martedì nelle mani degli estremisti islamici. La notizia è stata confermata sia dall’esercito libico che da un comunicato del “Consiglio della Shura dei rivoluzionari di Bengasi”, un’alleanza di gruppi jihadisti locali, tra cui Ansar al-Sharia.

Nella mattinata di ieri, un Mig dell’aeronautica libica che era impegnato a bombardare le postazioni di Ansar al -Sharia è precipitato, forse colpito dall’anti-aerea dei jihadisti. Il generale Sagr Al-Jerouchi, capo delle operazioni aeree del generale Khalifa Haftar sostiene che il caccia non è stato abbattuto, ma che il pilota ha avuto problemi tecnici e si è lanciato con il paracadute; le circostanze sono però ancora chiare.

Nel frattempo a Tripoli, in seguito ai bombardamenti, è divampato un enorme incendio in un deposito di carburante non lontano dall’aeroporto; era circolata voce che l’Italia avesse offerto sette aerei Canadair per spegnere l’incendio. A Roma il Ministero degli Esteri ha però smentito la notizia, pur confermando che il governo italiano sarebbe pronto ad aiutare la Libia. Fatto sta che al momento non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie per un intervento di questo tipo.

Gli occidentali scappano

Il deteriorarsi della situazione ha causato una fuga generale da parte di varie rappresentanze diplomatiche internazionali e del personale Onu.

L’ambasciata statunitense è stata evacuata sabato e il personale trasferito in Tunisia, sotto scorta armata e dell’aviazione.

Gran Bretagna, Canada, Turchia e Filippine hanno rimpatriato gran parte del proprio staff lasciando soltanto pochi addetti in ambasciata.

La Germania ha richiamato il personale diplomatico, come affermato oggi a Berlino da un portavoce del ministero degli Esteri in conferenza stampa. L’ambasciata a Tripoli, tuttavia, non è ancora chiusa e impiegati locali sono tuttora in servizio per funzioni limitate.

Risulta invece ancora funzionante l’ambasciata francese, anche se Parigi ha invitato tutti i propri cittadini a lasciare al più presto il paese. Le stesse misure sono state prese anche dal governo serbo, il quale ha sconsigliato viaggi in Libia, affermando che l’ambasciata serba a Tripoli resta aperta ma è in condizioni di fornire soltanto limitata assistenza.

Resta aperta e operativa anche l’ambasciata italiana; il Ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ha disposto da giorni un piano di tutela dei connazionali nelle zone più a rischio, attraverso una pianificata coordinazione tra la nostra sede diplomatica e l’Unità di Crisi della Farnesina.

I jihadisti davanti casa

Alla lotta interna tra raggruppamenti locali, principalmente nella zona di Tripoli, si aggiungono i violenti combattimenti tra l’esercito del generale Khalifa Haftar e i jihadisti, in particolare di Ansar al-Sharia, in forze principalmente nell’est del paese, nelle zone di Bengasi e Darna. La posta in palio sono gli stabilimenti petroliferi e il controllo politico del paese.

Ansar al-Sharia è ritenuta dal governo statunitense responsabile dell’assalto al proprio consolato di Bengasi del 2012, nel quale perse la vita l’ex ambasciatore Chris Stevens.

Come illustrò a maggio l’analista Abdallah Schleifer, dell’American University del Cairo, il fronte islamico che sta cercando di prendere il controllo del paese è composto sia da milizie jihadiste (tra cui Ansar al-Sharia) che dai Fratelli Musulmani.

Raggruppamento che ha scatenato l’inferno in Libia, consapevole del fatto che l’esercito libico non è più minimamente in grado di controllare il territorio.

La Libia sta dunque diventando una nuova Somalia a pochi chilometri dalle coste italiane; ciò che preoccupa particolarmente i servizi di sicurezza europei è la presenza, nell’est del paese, di gruppi jihadisti composti da stranieri di varia provenienza e legati anche allo Stato Islamico di Iraq e il Levante.

Lo scorso maggio fu proprio il generale Haftar a raccontare che tra i jihadisti catturati dai suoi uomini, erano presenti anche numerosi stranieri, tra cui afgani, pakistani, iracheni ma anche europei, proprio come in Iraq.

Insomma, se la situazione in Libia non dovesse stabilizzarsi a breve, cosa altamente improbabile, l’Europa rischierebbe di trovarsi una base del jihadismo internazionale davanti casa e a quel punto ci si potrebbe aspettare di tutto, incluso un ennesimo e drammatico intervento militare Nato, proprio come quello guidato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia nel 2011; i risultati di tale intervento sono ancora oggi sotto gli occhi di tutti.

www.giovannigiacalone.net

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Comments

  1. carolus

    Dobbiamo ringraziare francesi, inglesi e americani, insieme ai nostri sinistri democratici, per avere scatenato la guerra in Libia preferendo aprire le porte (di casa nostra) a estremisti islamici nel nome della democrazia. Per favorire l’entrata in Italia di fanatici islamici continuiamo ad andare a prendere in acque libiche clandestini non identificabili.