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Diritto di critica | July 19, 2017

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L’Italia (e i giornalisti) con gli occhi chiusi, circondati da guerre

L’Italia (e i giornalisti) con gli occhi chiusi, circondati da guerre

IL GRAFFIO – Mentre l’Italia è raggomitolata sulle questioni interne relative alla riforma del Senato e alla legge elettorale, che Renzi vorrebbe portare a casa in tempi brevi per segnare il passo e continuare a dimostrare di essere il Governo “del fare”, attorno a noi il mondo è in guerra. L’elenco non è breve ed è drammatico: si combatte in Ucraina, in Siria, in Iraq, nella Striscia di Gaza, in Afghanistan, nella vicina Libia, senza dimenticare la Somalia, il Sud Sudan, il Congo, la Nigeria. Un’instabilità che oggi quanto mai sfiora il cuore tranquillo dell’Europa. Con l’Onu impotente, gli Stati Uniti già impegnati in Afghanistan e impossibilitati ad altri interventi che pure sarebbero necessari, un’Europa divisa e debole, incapace di decidere in modo unitario sulle decisioni da prendere.

E mentre all’estero c’è un’attenzione molto maggiore su quanto avviene nel mondo, l’Italia continua a leggere in chiave politica e scioccamente di parte conflitti e guerre. Motivo per cui si parla sostanzialmente solo di Gaza, prendendosela con Israele e senza un’approfondita conoscenza del conflitto. Nessuno che si prenda la briga di raccontare – non dico di inviare un qualche giornalista in loco, sarebbe chiedere troppo – ma di portare all’attenzione dei telespettatori e dei lettori quanto sta accadendo in quella corona di Paesi che ci “circondano” e dove infuriano conflitti sanguinosissimi. Se ci si sorprende e ci si indigna per i morti palestinesi di Gaza, infatti, per converso si ignorano le centinaia di palestinesi massacrati quotidianamente in Siria. Non potendo essere riletti in chiave politica – in pochi conoscono la Siria per poterne parlare – sulle loro sorti è calato il silenzio.

Così come si parla appena dell’Africa, della Libia (nazione che si affaccia sull’Italia) e della stessa Ucraina. Ammettiamolo: del conflitto in corso a Kiev si è tornati a raccontare e a discutere nel momento in cui è stato abbattuto un aereo civile della Malaysia Airlines. Fino a quel momento si parlava dei “ribelli” filorussi, adesso li si inizia a chiamare “milizie”: meno poetico forse ma più veritiero.

E siamo talmente incapaci di guardare oltre il nostro naso, da esserci dimenticati anche di un’altra vicenda che invece riguarda un pezzetto del nostro Paese: la sorte dei marò detenuti in India da oltre due anni. Ieri hanno subìto l’ennesimo rinvio: il giudice ha avuto un malore, se ne riparlerà a ottobre.

Nel frattempo in casa nostra si corre ancora dietro alle fantomatiche “riforme”. Il mondo brucia: noi pensiamo al Senato. Il mondo brucia: noi discutiamo di Italicum e di canguri e cangurelli. Non che non se ne debba parlare, tutt’altro, ma è diverso dall’esser ciechi. Questo governo, sulla politica estera – così come sulla vicenda dei marò – sembra davvero avere le idee poco chiare e la voce flebile. Basti pensare che la “soluzione” proposta ieri dalla Mogherini sulla Libia è stata la seguente: “L’unico modo di trasformare questa tregua temporanea in una soluzione politica – obiettivo questo dell’azione diplomatica italiana – è mettere in moto una dinamica incentrata sulla convocazione del nuovo Parlamento”. In quel tutti contro tutti che è diventata la Libia, questa lettura della situazione sembra quantomeno semplicistica.

Ma se la politica italiana quando guarda verso l’estero socchiude appena le imposte, il giornalismo non fa di meglio. La lista dei Paesi scomparsi, elencati all’inizio di questo articolo, è lunga. E poi ci sono le ferie. Nella migliore delle ipotesi, se ne riparlerà a settembre. Buone vacanze.

@emilioftorsello

  • Giancarlo De Palo

    A causa del rapimento di mia sorella, giornalista come me, a Beirut quasi 34 anni fa, credo di conoscere un pochino la situazione mediorientale e quella della Terra Santa.
    Posso dire quindi con cognizione di causa di essere pienamente d’accordo con il contenuto di questo editoriale e con la sua ironica ed amara conclusione.