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Diritto di critica | August 14, 2020

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La strage di Ustica, metafora di un Paese

Dopo la desecretazione di alcuni documenti, una riflessione sul senso e la complessità di una delle tragedie più oscure dell'Italia recente

La strage di Ustica, metafora di un Paese

di Maurizio Landieri

Raccontare la strage di Ustica non è affatto facile. Innanzitutto perché sono passati trentaquattro anni e molti, all’epoca, non erano ancora nati. In secondo luogo perché Ustica è qualcosa di enorme, non finisce mai. Quasi due milioni di pagine di documenti ufficiali. Fiumi di inchiostro, decine di libri, film, documentari.

Eppure la strage di Ustica andrebbe studiata nelle scuole di ogni ordine e grado, perché contiene tutte le materie dello scibile umano. E’ l’indagine tecnica più complessa mai effettuata in Italia. Un Aereo sprofondato a 3600 metri di profondità, recuperato, analizzato. C’è dentro di tutto nella strage di Ustica, dall’ingegneria alla fisica, dalla chimica alla storia, dalla aerodinamica alla geopolitica. Ma soprattutto Ustica dovrebbe essere studiata a scuola, dalle elementari all’università, perché contiene la storia del nostro Paese, in un certo senso vi si identifica. Ustica è l’Italia e l’Italia è Ustica. Una cosa del genere, infatti, poteva accadere solo in Italia. In qualsiasi altra parte del mondo, infatti, se 81 cittadini inermi ed innocenti fossero stati uccisi, nella esecuzione del medesimo disegno criminoso (e la cosa tecnicamente si chiama strage), come minimo sarebbe saltata qualche testa eccellente, qualcuno si sarebbe dimesso, un ministro, un generale, un responsabile dei servizi di intelligence. Da noi no, nessuno ha pagato, nessuno è andato in galera né, almeno, ha pensato di dimettersi. E la cosa non deve sorprendere. Siamo l’unico paese al mondo dove non si capisce a chi riferiscano e da chi dipendano i servizi. Siamo il paese che ha inventato i servizi “deviati”. In qualunque altro paese del mondo i servizi avrebbero lavorato per prevenire. Qui da noi non solo non hanno prevenuto un bel niente, ma si è arrivati persino a formulare l’ipotesi, che non è detto che sia vera, che abbiano avvisato un dittatore nemico (Gheddafi) di un piano teso ad eliminarlo, ordito da paesi nostri alleati. Magari le cose non sono andate così, però l’ipotesi, se non vera, è certamente verosimile. Il fatto, se non è accaduto, sarebbe potuto certamente accadere. E questo la dice lunga su di noi.

Siamo l’unico Paese al mondo dove pezzi dello Stato, delle Istituzioni, invece di cercare i colpevoli di una strage, hanno ostacolato la ricerca della verità, depistato, distrutto prove, mentito. Siamo l’unico paese al mondo dove i familiari delle vittime sono stati addirittura minacciati di querela per aver sostenuto una tesi che poi la Corte di Cassazione ha ritenuto vera.

Per questo la strage di Ustica dovrebbe costituire materia di insegnamento. Perché alcune cose vanno raccontate anche a chi all’epoca non era ancora nato. Perché se conosci Ustica, conosci il paese dove sei nato e dove vivi. Se ti facessero studiare la strage di Ustica a scuola, avresti la possibilità di capire perché il nostro Paese ha un così scarso credito a livello internazionale, capiresti perché, ai tempi della prima guerra del Golfo, circolava la battuta velenosa che l’Italia, forse, avrebbe finalmente concluso una guerra con gli stessi alleati con cui l’aveva iniziata. Scopriresti anche, per esempio, che noi avevamo la sposa americana e l’amante libica. E mentre cercavamo di far apparire irreprensibile il nostro comportamento con la sposa, di notte ci sollazzavamo con l’amante, trafficando in petrolio, armi. E la stessa cosa facevamo con altri Paesi potenzialmente ostili. Abbiamo venduto armi, sistemi di puntamento, apparati di guerra elettronica all’Iraq, all’Egitto, alla Libia, e non solo. E la sposa americana sapeva che la tradivamo.

Una cosa che si fa, da trentaquattro anni, poi, è evitare di parlare dei protagonisti della vicenda, le ottantuno vittime. Sono poco più che un numero. Stalin diceva che un morto è una tragedia, mentre un milione di morti sono una statistica. Ottantuno morti sono diventati una statistica. Invece erano esseri umani, erano uomini, donne, bambini, anziani. Ognuno con la propria storia, il proprio vissuto. Molti avevano una intera vita davanti a sé. Le loro foto andrebbero affisse in ogni scuola, con una breve biografia. Non fosse altro per chiedere loro scusa. Non fosse altro per ricordare a tutti che su quell’aereo avrebbe potuto esserci ognuno di noi e che le cose brutte non capitano sempre agli altri. Non fosse altro per ricordare che il diritto alla Verità ed alla Giustizia non riguarda solo gli altri, ma riguarda tutti.

Perché dopo trentaquattro anni solo questo sappiamo, che è stato fatto scempio di Verità e Giustizia, non alle vittime ed ai loro familiari, ma a tutti noi. Solo questo sappiamo: che è stato impedito ai familiari di seppellire in pace i loro morti, che sono anche i nostri morti.

Sappiamo che quelle persone sono state maltrattate da uno Stato che non ha avuto nemmeno la sensibilità, in trentaquattro anni, di mandare uno straccio di psicologo per dare un minimo di supporto ai familiari.

Ed allora da Ustica come si esce? C’è una via di uscita? Si, c’è, come in ogni cosa. Se ne esce in un solo modo: dicendo la verità, facendo piena luce. Spiegando esattamente cosa accadde quella notte. Costi quel che costi. Non esiste altra via di uscita. Questo Paese lo deve alle vittime, ai loro familiari, lo deve a tutti i cittadini.

Ma lo deve anche alla memoria dell’Avvocato Aldo Davanzali, il titolare dell’Itavia, che perse tutto, quando ad arte fu diffusa la notizia che la compagnia faceva volare carrette volanti. Non era vero, ma bisognava nascondere un segreto inconfessabile. E non ci si fece scrupolo alcuno a far fallire una splendida compagnia con mille dipendenti.

In ultimo, anche se può sembrare paradossale, lo si deve a quella che comunque rimane la ottantaduesima vittima della strage di Ustica: la nostra Aeronautica Militare, che non meritava quello che è accaduto. La speranza è che le nuove generazioni di Ufficiali sappiano prendere le distanze da coloro i quali li hanno preceduti, per l’onore di questa gloriosa forza armata.

@M_Landieri

Comments

  1. fra

    Articolo profondamente condivisibile;mi piacerebbe partire dalla fine,da quella speranza che non puo’e non deve spegnersi.Lo chiedono 81 vittime,i familiari privati dei loro affetti piu’ intimi, un popolo che deve poter credere nel proprio Stato e non temerlo,uno Stato che fino a questo punto ha solo dato prova del peggio possibile.
    Mi fa orrore pensare che ci siano ancora tante persone depositarie della verita’,che preferiscono continuare a tacere…ovunque voi siate,non avete un briciolo di dignita’e sarete sommersi dalle vostre stesse bugie e menzogne.