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Diritto di critica | September 17, 2020

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Marchionne, Montezemolo e il bilancino del potere

IL GRAFFIO – Luca Cordero di Montezemolo lascia la Ferrari con la bellezza di 27 milioni di buonuscita e forse con la presidenza dell’Alitalia targata Etihad già in tasca. Ma sicuramente controvoglia, incassando, proprio all’ultima curva, una bruciante sconfitta.

Fine di una storia. Finisce definitivamente un’epoca. L’ultimo dei manager dell’era di Giovanni Agnelli abbandona quel “cavallino rampante” su cui era salito giovanissimo, quando nel 1973 era stato scelto da Enzo Ferrari per la squadra corse di Formula 1, di cui diventerà capo nel biennio 1975-1977 riportandola al successo nell’era Lauda e poi, da presidente, con il meraviglioso Schumacher e il finlandese Raikkonen. Nei 23 anni della sua presidenza – dal 1991 al 2014 – ha vinto 118 gran premi e 14 titoli iridati, l’ultimo nel 2008, mondiale costruttori. Non proprio una bazzecola insomma. Senza considerare i profitti che anche nell’ultimo anno – a breve verrà presentato il bilancio semestrale 2014 – si annunciano da record assoluto.

Il rapporto con gli Agnelli. Se non dovessero bastare nemmeno i risultati economici, però, ci sono le vicende della famiglia più importante d’Italia che Montezemolo ha sempre onorato e difeso. Fu proprio a lui che, dopo la morte del fratello Umberto, si rivolse Susanna Agnelli per scongiurare le trame dell’ad Morchio intenzionato a mettere le mani su una Fiat in crisi e a rischio sopravvivenza.

Lo scontro con Elkann. Montezemolo, divenuto presidente nel 2004, ha retto il timone del Lingotto fino al 2010, rimpiazzato da John Elkann che poi, a sorpresa, lo ha estromesso anche dal cda Fiat. Uno smacco che lo avrebbe spinto a disertare la festa per i dieci anni di matrimonio di Elkann.

Verso l’America. L’addio di Montezemolo fatto passare, in una conferenza stampa ipocritamente distesa, come una scelta voluta dall’ex “golden boy”, è in realtà una cacciata su due piedi dettata dalla “Famiglia” e dall’incontrastato uomo forte dell’FCA, la nuova Fiat in versione americana: Sergio Marchionne. Uno sgarbo ad uno degli uomini immagine del mondo Fiat/Ferrari che si spiega come l’ultimo tassello di un disegno partito da lontano. Innanzitutto industriale: affermare che la nuova linea conduce tutti i marchi della galassia FCA verso gli Stati Uniti. Lo stesso Montezemolo, del resto, quando ha capito di avere perso avrebbe commentato: “Ormai la Ferrari è americana”.

Distinguere la Ferrari dalla Fiat. Nei suoi desiderata c’era mantenere la Ferrari come un’entità a sé, d’élite e senza alcuna commistione con la “plebea” Fiat. Un marchio di lusso per eccellenza, il più ambito al mondo, da quotare non a Wall Street, ma in Asia.

Alla conquista dell’Oriente. Dopo aver aperto il Ferrari Village ad Abu Dhabi, infatti, il sogno di Montezemolo era ritagliarsi un ruolo di primo piano in Oriente. Stringere alleanze con i capitali arabi e asiatici per poi quotare a prezzi stratosferici il gruppo di Maranello – sempre a maggioranza Fiat – magari a Shangai o ad Hong Kong, dove, grazie all’enorme fascino della “rossa”, avrebbe fatto affari d’oro garantendo indipendenza alla sua leadership.

Montezemolo dietro l’operazione Ethiad. Montezemolo conosce bene quella parte di mondo. Lo dimostra la vicenda Ethiad. Fu lui, su input del governo e grazie alle ottime conoscenze tra gli sceicchi del Qatar, a trovare il socio giusto per Alitalia e a condurre l’operazione di avvicinamento. Motivo che tra l’altro ha portato il suo nome in pole position per guidare la nuova compagnia aerea.

FCA a Wall Street. Il potere però non si può gestire in modo collegiale. Non quando decidi non più solo della Fiat, ma dell’FCA, vale a dire: Fiat-Chrysler, Alfa Romeo, Maserati e, per l’appunto Ferrari. Lasciare fuori dalla borsa di New York – il 13 ottobre FCA debutterà a Wall Street – il pezzo più pregiato di tutti è un’idea che Marchionne non ha mai preso in considerazione. E se il rischio potrebbe essere quello di una eccessiva commercializzazione e dell’inevitabile  scadimento di un brand che per antonomasia è sinonimo di esclusività – poche, perfette e costosissime auto da costruire ogni anno su ordinazione -, non giocarsi l’asso di briscola capace da solo di far volare il titolo, sarebbe un inammissibile errore.

Una nuova Fiat. Ma dietro alle scelte industriali, economico-finanziarie e di mercato, per spiegare un siluramento del genere si deve tener conto delle vicende umane. Con Marchionne il volto della Fiat non è cambiato solo nel nome e nella sede legale e fiscale. Marchionne ed Elkann hanno indossato davvero la maschera dei cattivi. Di coloro che, senza paura alcuna, mostrano i denti a chiunque possa intralciare i propri disegni. Hanno fatto quello che l’Avvocato, Giovanni Agnelli, non si sarebbe mai sognato di fare. Dimostrare apertamente il proprio peso e il proprio potere, con naturale insofferenza per chiunque avesse richiesto chiarimenti non graditi, o garanzie sulle scelte annunciate, senza avere la forza di pretenderle. Senza curarsi minimamente dell’opinione pubblica, hanno anticipato l’attacco frontale di Renzi ai sindacati e se ne sono fatti beffe. Sapevano che presto l’unica cosa con cui fare i conti davvero sarebbero state le ferree regole di Wall Street. E per questo si sono allegramente infischiati anche degli altri stake holder: Stato e Confindustria.

Lo scontro con Confindustria. Con l’associazione degli industriali, poi, Marchionne aveva rotto da tempo, decidendo di uscirne. E Montezemolo, ex numero uno di Confindustria, non poteva restare un minuto di più a capo della Ferrari. La punta di diamante della galassia FCA non poteva restare nelle mani di un manager legato a doppio filo col mondo tradizionale del capitalismo italiano. Fare fuori il giovane alfiere di Gianni Agnelli era l’ultimo atto necessario per lasciare alla storia un passato strettamente radicato negli antichi confini nazionali e ricoprire definitivamente un ruolo mondiale.

Ecco perché Luca Cordero di Montezemolo, figlio e poi incarnazione di quel mondo, doveva “morire” e a farlo fuori, sia pure con tardiva messinscena, tanto per salvare la forma, non poteva che essere il vero nuovo capo della Fiat, il traghettatore in maglioncino blu. L’uomo che ha solcato l’Atlantico per portare il Lingotto verso il mare aperto del capitalismo definitivamente globale. Non certo John, il nipotino di famiglia. Per lui dare il benservito a un mostro sacro di tal genere non era semplice. Quale autorità aveva per silurare quella sorta di “zio” acquisito, di figlio adottivo dell’Avvocato? Di certo ha saputo scegliere l’uomo capace di farlo. Il “tagliatore di teste” che ha saputo aprire un varco di proporzioni epocali nella consolidata aristocrazia industriale nostrana. Che dall’amministratore delegato capace di rilanciare una Fiat sull’orlo del collasso portandola alla scalata di Chrysler non ci si potesse attendere alcun tipo di sentimentalismo è certo.

Questione di stile. Ed è vero che finora la gestione Elkann mostra un bilancio negativo proprio in quello che era un simbolo Agnelli: lo stile. Lo stile dell’Avvocato, il famoso stile Juventus – oggi, con Andrea Agnelli, solo un ricordo – non avrebbe mai consentito le polemiche livorose degli ultimi tempi. L’ultima e inutile vittoria di quel modo di essere, infondo, l’ha messa a segno proprio Luca Cordero di Montezemolo al passo d’addio, quando ha risposto all’aut aut di Sergio Marchionne riproponendosi per altri tre anni al vertice della Ferrari. Come a dire “ho capito che è giunto il momento. Ma, stai calmo, che ti rido in faccia lo stesso”. Non che a Marchionne interessi qualcosa dello stile da lasciare a futura memoria.

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