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Diritto di critica | October 31, 2020

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AST, un dramma preso a manganella​te - Diritto di critica

di | 30 Ott 2014Aggiungi questo articolo al tuo Magazine su Flipboard

IL GRAFFIO – Quando un governo che dice di essere di centrosinistra assiste in silenzio mentre la Polizia di Stato – controllata dal suo ministro dell’Interno di centrodestra – manganella gli operai scesi in piazza per difendere il proprio lavoro, o non naviga in buone acque, o è caduto in un tranello, oppure, consapevolmente o meno, sta di fatto mutando pelle. Magari seguendo affascinato qualche giovane genio della finanza che, immerso nel clima di estasi giovanilistica da rinnovamento della Leopolda, si lascia sfuggire una vecchia ricetta: limitare il diritto di sciopero.

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Anche se ha tutta l’aria di esserlo, quello che è successo a Roma non può in alcun modo riflettere la guerra di Renzi con i sindacati e la vecchia nomenclatura di partito prona alla Cgil. Sarebbe come ridurre un dramma umano ad una tenace lotta di potere. Significherebbe mancare di rispetto verso chi col lavoro si gioca la propria vita e la propria dignità. Perché se, come sembra dalle ricostruzioni dei manifestanti – ma la Questura parla di 4 agenti contusi –, viene permesso a qualche testa calda di reagire alle proteste pacifiche dei metalmeccanici con una violenza che travalica il dovere di far rispettare l’ordine pubblico, lo si fa nella consapevolezza di un clima in cui le vittime della crisi vengono pericolosamente identificate con i colpevoli della stessa.

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Oppure, e sarebbe anche più grave, con i nemici del Paese dinamico e progressista, quello del governo del “fare”, solo perchè guidati e scortati in piazza dalle bandiere delle associazioni sindacali. Quei sindacati a cui, va detto, gli stessi operai di Terni non hanno risparmiato critiche e bordate di fischi quando si è trattato di sottolinearne errori e responsabilità nel disastro generale. Operai che non si esaltano più nel vedere il segretario della Cgil e tantomeno si fanno sedurre dalle sirene di D’Alema, Bindi, Bersani o Vendola. Consapevoli come sono che se il posto fisso non ci sarà più in futuro, le spese, i mutui e le bocche da sfamare resteranno lì. Persone che per la stragrande maggioranza sono scese in piazza con disincanto, per necessità e per paura. Non certo per fare politica, né per sostenere la causa di coloro da cui spesso sono stati solo strumentalizzati.

Si tratta di lavoratori angosciati per un’azienda che, nonostante due miliardi e mezzo di euro di fatturato, dopo gli esuberi potrebbe aver già deciso la chiusura vera e propria, in quanto priva di una strategia per ripartire. Se muore, l’Acciai Speciali Terni, che da sola rappresenta il 21% del Pil umbro, porterà con sé una città intera. Una città dove tutto, dalle piazze fino all’enorme indotto, parla di acciaio e di lotte operaie e sindacali. Una città che all’acciaio ha dovuto sacrificare sé stessa, bombardata sia dai tedeschi che dagli alleati perché obiettivo strategico. Un luogo scelto a tavolino per ospitare i 130 anni di storia di una fabbrica arrivata ad essere con 1 milione e trecentomila tonnellate l’anno tra i massimi produttori (inox, leghe, carbonio) al mondo, ma che oggi è considerata solo un peso. “Forse” di questo il governo dovrebbe occuparsene.

Lo farà adesso magari, dopo le bastonate ancor più che dopo la Leopolda e l’incontro a quel punto “inevitabile” col premier. E la Guidi ha convocato per il 6 novembre prossimo i sindacati al Ministero. Resta un fatto: in un Paese paradossale come il nostro, le teste insanguinate degli operai e dei sindacalisti dell’AST di Terni diventano l’unico modo per far parlare e forse (in minima parte) conoscere quello che sta avvenendo davvero alle acciaierie.

Non è un caso se mercoledì il ministro Guidi ha detto che la ThyssenKrupp si sarebbe detta disposta a spostare una linea da Torino a Terni (che sarebbe anche una buona notizia, se non fosse che, per la legge della coperta sempre troppo corta, il problema poi passasse a Torino). Si vedrà.

Quel che è certo è che in un’Italia dove perdere il lavoro è ormai la normalità, per paradosso prendere le manganellate può aiutare a sentirsi rivolgere una parola. Sperando che non sia di pura circostanza.

@virgiliobart

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