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Diritto di critica | October 21, 2020

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Il tradimento del web, ovvero: rilevanza e informazione

Solo ciò che verrà considerato per voi rilevante, avrà visibilità. Su Facebook, su Google e a breve (nonostante le proteste degli utenti) anche su Twitter. Se un tempo il web era considerato la nuova frontiera della libertà d’espressione, il luogo dove chiunque avrebbe potuto esprimere le proprie idee, contribuire al dibattito e ricevere a propria volta contributi e punti di vista diversi, la realtà attuale è ben diversa e soprattutto lontana dalle premesse che avevano portato molti a credere nello strumento internet.

Alla base del tradimento c’è il concetto di “rilevanza”. Apparentemente si tratta di una variabile positiva: nelle ricerche e sui social ci vengono proposti i contenuti che ci interessano, che il sistema sa essere nelle nostre corde. Ad una seconda valutazione, però, quei 57 indicatori utilizzati da Google per capire cosa ci potrebbe interessare – e lo stesso discorso lo si potrebbe fare per Facebook – sono una variabile pericolosa per gli utenti che invece si illudono di trovare sul web pluralismo e democrazia. Basti pensare che, anche quando siamo offline – come spiega bene il volume dal titolo “Il filtro, quello che internet ci nasconde“, di Eli Pariser (ed. Il Saggiatore) – l’algoritmo di Google continua a valutare le informazioni raccolte sugli utenti, in modo da prevedere le pagine sulle quali cliccheremo. Anche i risultati delle ricerche, ad esempio, sono ormai personalizzati: se provate a digitare sulla stringa di Google una stessa parola – da due pc differenti, con IP diversi – avrete risultati diametralmente opposti.

Se siete utenti interessati al MoVimento 5 Stelle, ad esempio, i risultati della vostra ricerca saranno sempre focalizzati sulle tematiche a voi care, di modo che vedrete molto più alcuni risultati che non altri: solo ciò con cui siete d’accordo, che vi piace. E quindi non articoli che non rispondono alle vostre tendenze, non link che potrebbero mettere in crisi le vostre opinioni. “Oggi – spiega Eli Pariser – vediamo i risultati che secondo PageRank sono più adatti a noi, mentre altre persone vedono cose completamente diverse. In altre parole, Google non è più uguale per tutti”.

A raccogliere dati, società semisconosciute in Italia, come BlueKai o Acxiom. La seconda di queste società, ad esempio, possiede una media di 1.500 informazioni per ogni profilo utente e i suoi archivi, secondo quando spiega Pariser, comprenderebbero il 96% degli americani. “Amazon – spiega ancora Pariser – vende miliardi di dollari di merce cercando di prevedere quello che può interessare a ogni consumatore e mettendolo in evidenza nel suo negozio virtuale”. Si sta andando dunque verso un web sempre più “personalizzato”. Ed è un rischio piuttosto che un vantaggio. Se può essere un aspetto positivo sul fronte commerciale, non lo è sicuramente per quel che riguarda i risvolti sociali della “rilevanza”.

Una cosa molto simile accade con il nuovo Feed di Facebook: il flusso di informazioni che ogni giorno leggiamo sul socialnetwork più famoso al mondo – giunto a 1.3 miliardi di utenti – e per molti ormai divenuto una vera e propria fonte primaria di informazioni. Basti pensare che – secondo quanto pubblicato in uno studio del Pew Research Center – almeno il 30% degli americani si informa tramite Facebook. E la fortuna o il fallimento di un sito internet dipenderà quindi dalla sua performance sul Feed di Facebook: la rilevanza. “Hai i tuoi amici, sei connesso alle pagine che ti piacciono e sei il miglior decisore circa le cose che ti interessano”, hanno spiegato da Facebook al NYTimes.

In parole povere, se gli indicatori diranno che un video o un articolo divertente è cliccato molto più spesso rispetto a un focus sull’incidenza delle droghe o sulle ruberie in politica, darà visibilità a quell’articolo di colore piuttosto che a notizie ben più drammatiche ma meno piacevoli. E’ un dato accertato, infatti, che gli utenti sul web sono molto più portati a cliccare su contenuti “leggeri” che non su notizie drammatiche o che richiedano un lungo tempo di lettura.

Nel volume scritto da Ryan Holiday “Credimi, sono un bugiardo”, questo meccanismo è ben spiegato, tramite le parole Jonah Peretti, co-fondatore dell’Huffington Post: “nessuno condivide qualcosa di davvero deprimente” e prosegue poi Holiday sottolineando come “i contenuti devono essere negativi, ma non troppo. La desolazione e la disperazione non ci spingono a fare niente […] la rabbia, la paura, l’eccitazione o il riso ci spingono a diffondere”. E sul web ormai solo ciò che è rilevante o virale ha visibilità. Il rischio quindi è che un articolo su un naufragio di migranti avrà meno visibilità della slideshow sull’ultima diavoleria della star di turno. Con buona pace del giornalismo, costretto ormai a inseguire clic e quindi rilevanza e visibilità.

Rispetto alle premesse, dunque, è evidente come Google e tutta l’armata dei socialnetwork possano condizionare – mostrandoli o meno – contenuti e notizie, in una parola: la “rilevanza” (o la consapevolezza) dipenderà da loro. E in un contesto come quello attuale, dove siamo continuamente bombardati da milioni di informazioni ogni giorno, con una soglia d’attenzione sempre più bassa, la rilevanza giocherà un ruolo cruciale nella scelta delle notizie da mostrare all’utente.

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