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Diritto di critica | August 14, 2020

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Per favore, ridate dignità al diritto di sciopero

Troppe astensioni dal lavoro a ridosso dei weekend, senza dimenticare il trucco dell'assemblea sindacale. Così il frutto di anni di lotte ha perso il suo significato a causa del sindacato

Per favore, ridate dignità al diritto di sciopero

Lo sciopero è un diritto. Poi sarà anche un costo, come dice Davide Serra, il banchiere protagonista dell’ultima Leopolda. È un costo perché i diritti hanno un “prezzo”. È il prezzo della democrazia. Lo sciopero è frutto di lunghe lotte sindacali che hanno, di fatto, migliorato la condizione dei lavoratori. Poi è arrivata la flessibilità e i diritti dei lavoratori, sciopero incluso, spettano ad alcuni e non più a tutti. Ma non per questo lo sciopero va cancellato o ridotto. Anzi, va nuovamente valorizzato.

Lo sciopero è diventato una farsa. Per valorizzarlo, spetta ai sindacati il primo passo. Per troppo tempo, soprattutto nel pubblico impiego, lo sciopero da strumento riconosciuto di protesta si è trasformato in una farsa. Nei trasporti, per esempio, a lungo i cittadini si sono sorbiti i disagi degli scioperi sistematicamente programmati nella giornata di venerdì. Partecipazione record, metro chiuse, autobus fermi. Tutti a casa o tutti al mare. Motivi dello sciopero? Il più delle volte sconosciuti a pubblico. E pensare che a Roma, qualche anno fa la città è rimasta paralizzata perché alcuni sindacati erano contrari all’assunzione di nuovi macchinisti per i treni delle linee della metropolitana. D’altronde, “meno siamo e più straordinario facciamo”.

Il trucco delle assemblee sindacali. Ma tutti sanno che chi decide di scioperare non ha la retribuzione per le giornate o per le ore in cui si astiene dal lavoro. Per questo, poi, ci sono le assemblee sindacali, 10 ore l’anno (ma possono variare in base al contratto nazionale di riferimento) da spendere durante il servizio senza decurtazione dello stipendio. Si tratta di una pratica molto diffusa nel pubblico impiego. Così, spesso, gli uffici aperti al pubblico vengono improvvisamente chiusi, senza avvisare l’utenza. Succede nei vari tribunali e succede a Pompei. Nella città romana alle pendici del Vesuvio i dipendenti hanno pensato bene di riunirsi in assemblea. A fine turno? Non sia mai. Di mattina, guarda caso dalle 9 alle 11, cioè proprio nelle prime due ore di apertura (così qualcuno ha avuto modo di recuperare un po’ di sonno perduto). Gli scavi sono rimasti chiusi e i turisti che giungono da tutto il mondo hanno trovato i cancelli sbarrati. “Un danno per l’Italia”, ha commentato il ministro del Turismo e Beni Culturali Dario Franceschini. Sì, perché non solo i turisti stranieri che hanno speso migliaia di euro per venire in Italia tornano a casa con l’amaro in bocca, ma molti di questi il biglietto per entrare a Pompei non lo hanno comprato e sono andati via. E in Italia non ci metteranno più piede.

@PaoloRibichini

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