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Diritto di critica | October 15, 2019

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Il giovane favoloso, un film sopravvalutato

Ecco perché la pellicola di Martone su Leopardi non ci è piaciuta, tra ricostruzioni sbrigative e poesie '' dimenticate''

Il giovane favoloso, un film sopravvalutato

LA CRITICA – Superficiale, sbrigativo e in certe parti presuntuoso. Si potrebbe ridurre a queste tre parole la nostra recensione sul Giovane Favoloso, il film di Mario Martone accolto nelle sale cinematografiche da un’ovazione di pubblico. Fatto salvo il merito di aver permesso a tanti di riscoprire un autore spesso sottovalutato o lasciato in disparte come Giacomo Leopardi (per tanti anni nelle scuole non lo si è letto, temendo che potesse indurre al suicidio gli studenti), il film dà l’impressione di aver mancato una grande occasione.

C’è però da fare un distinguo: a quanti hanno avuto modo di conoscere e studiare in modo approfondito Leopardi, il film non è piaciuto. Chi invece nella vita non si è avvicinato particolarmente al poeta di Recanati, ha avuto modo di apprezzare il film. Certo, non si tratta né di un sondaggio scientifico né di una rilevazione, ma anche per noi è stato così.

La pellicola, infatti, ripercorre velocemente le quattro stagioni principali della vita del poeta (Recanati, Firenze, Roma, Napoli) senza agganciarle particolarmente ai suoi scritti, preoccupato piuttosto di calcare la mano sulla situazione di fragilità fisica in cui versava Leopardi. Gli scritti menzionati e letti sono pochi. Manca del tutto, ad esempio, A Silvia. La ragazza, il grande amore di Leopardi, si intravede nel film, ma la sua figura non viene mai approfondita (salvo connotarla con qualche verbo sbagliato “mi imparate”). E sorprende negativamente la scena della morte di lei, in cui – in un’allucinazione del poeta – Silvia addirittura apre gli occhi una volta nella bara.

Sullo stesso piano anche il dialogo con la Natura, che compare all’improvviso come una statuaccia computerizzata in stile Signore degli Anelli e si sgretola lentamente, perde pezzi e parla con il poeta. Mai sciocchezza peggiore poteva essere attribuita alle profondità degli scritti leopardiani.

Il film, in generale, si sofferma poco su quella che avrebbe dovuto essere in parte la vera sceneggiatura (già scritta): i testi dello Zibaldone, dei Canti, delle Operette morali che con la loro complessità tanto avrebbero potuto dire delle esperienze del poeta. Claudicante, malfermo, indeciso, Leopardi viene invece riconfermato nello stereotipo che lo vede sventurato.

Nonostante quindi il film sia nel complesso molto superficiale e azzardato – bellissimi però i costumi, le ambientazioni originali e le musiche -, l’interpretazione di Elio Germano è magistrale. Con l’espressione dei suoi occhi e la sua mimica, l’attore è forse l’unico capace di impersonare la tensione nervosa, epistemiologica e filosofica sottesa a tutti gli scritti leopardiani, un vasto lago di conoscenza e percezione del mondo che va ben al di là del film dove invece la vita del poeta è ridotta a un continuo trascinarsi per l’Italia, preda di un male sempre diverso e di una malinconia insanabile. Che sì ha caratterizzato Leopardi, ma era anche il bacino più importante di ispirazione, versi e riflessioni e di cui il film riporta solo pochi accenni.

@emilioftorsello