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Diritto di critica | July 16, 2019

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Gli operai AST e quel timore di essere abbandonati da Governo e sindacati

Gli operai AST e quel timore di essere abbandonati da Governo e sindacati

E meno male che – come assicurava il governo per bocca del sottosegretario Delrio – la soluzione era a un passo e il piano industriale proposto era ottimo. Mercoledì, all’ora di pranzo, gli operai dell’AST, le acciaierie di Terni, hanno occupato il tratto dell’autostrada del Sole da Attigliano ad Orte, liberandolo solo dopo aver avuto la rassicurazione che il tavolo sul piano industriale sarebbe ripreso il giorno dopo e non il 18 novembre come avevano deciso le parti sociali e il governo a seguito dell’ultimo stop.
Il senso di abbandono che i lavoratori provano nei confronti di governo e sindacati è palpabile. Hanno paura. Temono di essere stati lo strumento utile alla guerra tra Matteo Renzi e Susanna Camusso, tra rottamatori e vecchia dirigenza Pd, fra Landini e segretario Cgil.
Una guerra che non è la loro. La loro, l’unica che ancora combattono, si chiama lavoro.
In 500 hanno bloccato l’A1, col fiato sospeso per quella che non si può considerare come una semplice vertenza, visto che al suo interno si potrebbe nascondere (ed è più di un’impressione) la volontà dell’azienda tedesca ThyssenKrupp di giungere – dopo 130 anni di storia – alla chiusura totale della fabbrica italiana.
Se lo scenario peggiore si dovesse realizzare sarebbe un colpo mortale per la città e la sua provincia (contando l’indotto, i lavoratori coinvolti sono 30 mila), oltre che per l’Umbria intera, di cui le acciaierie coi loro 2 miliardi e mezzo di fatturato costituiscono il 21% del Pil.
L’occupazione dell’autostrada è un fatto grave e un atto disperato.
Arriva dopo tre settimane di sciopero, dopo la grande e pacifica manifestazione di Terni, la gita alla Leopolda – dove i “leopoldini”, racconta chi era presente, chiesero i soldi per entrare e definirono gli operai dei “veri sfigati” -, le teste rotte di Roma, la sortita a Bruxelles e tre incontri al Ministero dello Sviluppo Economico.
Finora i risultati sono pari a zero.
L’ad dell’AST, Lucia Morselli, dopo le manganellate aveva mostrato possibili aperture: sblocco degli stipendi, revisione del numero degli esuberi, mantenimento del secondo forno di fusione per almeno due anni, con un aumento delle tonnellate fino ad un milione ed oltre, aumento dell’investimento da 110 a 200 milioni di euro.
Nell’entusiasmo mediatico generale del dopo annuncio (giovedì 6 novembre) solo gli operai avevano capito che qualcosa non quadrava e avevano fischiato Landini.
La situazione dell’Acciai Speciali Terni è emblematica della realtà industriale italiana, dove per decenni non si è attuata alcuna vera politica. Si è aperto ai privati, si è inneggiato alla potenza del neoliberismo in un mercato globale, alla necessità, per un’economia in molti casi fittizia e tenuta in vita dallo Stato, di reggersi sulle proprie gambe.
Peccato, però, che poi non si sia fatto nulla per contenere i costi energetici, per abbattere il gap infrastrutturale e tecnologico. Per tracciare una linea guida che rendesse possibile un passaggio epocale tanto delicato senza sprofondare nel dramma in cui ci muoviamo oggi.
Ad ogni occasione, per mezzo del nuovo ad, Lucia Morselli -, la dirigenza ThyssenKrupp ha smentito quanto promesso poco prima, riproponendo, con qualche modifica, il vecchio piano industriale lacrime e sangue tracciato il 17 luglio: taglio di 550 lavoratori su 2700, commesse ai fornitori diminuite del 20% e spegnimento di uno dei due forni di fusione.
Sono 10 anni che le acciaierie vivono sotto lo spettro di una chiusura, ma adesso gli operai brancolano nel buio.
Il piano che il governo aveva offerto alle parti aveva scontentato tutti. L’esecutivo chiedeva comunque di mantenere la calma e non prendere iniziative unilaterali, ma TK se ne è infischiata, ha disdetto il contratto integrativo, annunciato il licenziamento di 550 persone e offerto 80 mila euro lordi a chi volesse uscire immediatamente.
Ora, la soppressione del contratto integrativo determina un taglio degli stipendi – soprattutto per chi fa i turni di notte e i festivi – salatissimo.
Le buste paga sono un giallo.
Giovedì scorso la promessa: “se gli amministrativi tornano al lavoro pagheremo gli stipendi”. Ma sembra che le pratiche fossero pronte da un pezzo, tanto che la mattina presto del giorno dopo c’è chi aveva già incassato i soldi. Scoprendo all’interno della busta paga, però, decurtazioni retroattive per i mesi estivi. Della serie, “vi ho dato troppo, ridatemelo”.
Inoltre, va detto, lo stipendio pagato in ritardo (come fosse una gran concessione dell’azienda e una vittoria del sindacato) è relativo a settembre, mese in cui si è sempre lavorato. A novembre, visto il lungo sciopero di ottobre e le detrazioni per la fine del contratto integrativo, la paga tra un taglio e l’altro sarà ridotta forse dei due terzi.
Poi ci sono gli esuberi che adesso dovrebbero essere scesi a 290, ma già 140 persone avrebbero preso la buonuscita e altre 100 potrebbero aggiungersene. Se fosse così, allora, gli esuberi effettivi quanti sarebbero? Chi decide di andarsene va considerato tra gli esuberi previsti, o è un extra ben gradito all’azienda?
Esiste un piano industriale alternativo da presentare, o sono solo chiacchiere?
Quanto si produrrà e quanto si venderà?
Gli investimenti aveva detto l’ad Morselli passeranno da 110 a 200 milioni. Si, ma in tre anni, e dentro ci sarebbero anche i fondi da stanziare per le buonuscite volontarie. Ovvio che qualcosa non torni.
Chi lavora qui afferma che il deficit di produttività, che la TK addossa agli operai, sarebbe imputabile in realtà alla mancanza di investimenti e di ammodernamenti. A nulla servirebbe nemmeno la linea a freddo in arrivo da Torino, definita vecchia e non certo in grado di cambiare le cose.
Decisivo, invece, è il forno di fusione. È sulla chiusura del forno che si gioca tutto.
Se venisse chiuso la situazione precipiterebbe in modo irreparabile. La produttività che adesso l’azienda considera bassa, calerebbe ancora e richiederebbe altri tagli al personale avvitandosi in una spirale senza uscita.
La Morselli ha detto di volerlo tenere in vita per un biennio, per arrivare a produrre 1-1,2 milioni di tonnellate d’acciaio l’anno e vedere se l’azienda a quel punto sia in grado di mantenersi in equilibrio.
Cosa significa? In soldoni questo: io azienda tengo aperto, tu operaio – sia pure guadagnando meno – lavori più di prima perché, in definitiva, raggiungere un tonnellaggio maggiore determina il tuo futuro. Alla fine, poi, in base ai miei standard di produttività (parametri che nessuno, men che meno i sindacati, conosce o riesce a controllare: per farsi un’idea basti chiedere dei famosi premi produttività fissati dall’azienda che in un modo o in un altro è impossibile raggiungere), deciderò se chiudere il forno e condannare lo stabilimento, oppure se tenere in vita lui e tutta l’acciaieria”. Non una gran rassicurazione.
Con la chiusura del forno si calcola che all’impianto ternano resterebbero 3-4 anni di vita.
E da queste parti non è un mistero per nessuno il fatto che i tedeschi vorrebbero depotenziare l’AST e riversare tutte le risorse sugli impianti in Germania. Del resto, due anni fa, avevano già cercato di vendere le acciaierie ai finlandesi di Outokumpu, solo che quella volta la Commissione Europea aveva bloccato tutto: pericolo monopolio in Europa.
Un pericolo che esiste solo per noi, mentre le aziende asiatiche possono fare ciò che vogliono e infatti si stanno allargando a dismisura occupando larghe fette di mercato.
Della gravità della vicenda gli operai di Terni avevano cercato di informare l’Europa. Recatisi a Bruxelles avevano consegnato una lettera dettagliata ai parlamentari italiani perché ne interessassero le istituzioni, accorgendosi con sorpresa che i nostri europarlamentari l’avevano ridotta ed edulcorata. Quello che ne usciva era un testo assolutamente inefficace e incapace di spiegare alcunchè, del tutto diverso da quello originario.
I parlamentari forniscono diverse versioni dell’accaduto, ma poco importa, dato che la UE ha già risposto: la faccenda riguarda lavoratori e azienda.
Chissà, invece, se almeno la Merkel conosce e avalla la vera strategia ThyssenKrupp.
Probabilmente si, dato che in un Paese che funziona, su questioni di rilevanza nazionale come queste, il dialogo tra una azienda considerata strategica e il proprio governo è stretto. A volte diretto.
Già. In un Paese che funziona.

@virgiliobart