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Diritto di critica | July 6, 2020

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Expo e quei terreni che nessuno vuole

Le grane per l’Expo di Milano non si limitano ai lavori per il completamento delle opere funzionali ad accogliere turisti e operatori, comunque ultimate solo per circa il 60% e su cui aleggiano sospetti di infiltrazioni mafiose, ma coinvolgono anche il periodo successivo alla conclusione dell’Esposizione universale. La gara per l’assegnazione dei terreni nel post-Expo, infatti, è andata deserta e la società titolare delle aree, Arexpo, deve adesso trovare un piano B che – entro il 2017 – assicuri un futuro ai terreni a Nord Ovest di Milano. Soci di Arexpo sono la Regione Lombardia che detiene il 34,67% del capitale, il Comune di Milano con il 34,67%, la Fondazione Fiera di Milano con il 27,66%, la Provincia di Milano con il 2% e il Comune di Rho che detiene l’1% del capitale.

Ad attendere un investitore sono anche le banche, che si sono impegnate con un contratto di finanziamento per circa 160 milioni da qui al 2017.

L’area interessata è pari a 1,1 milioni di metri quadrati, suddivisa in quattro aree/destinazioni d’uso: residenziale, terziario, industriale e retail, con la possibilità di sviluppare 489mila mq di volumi/superficie, mentre sono previsti anche 30mila mq di housing sociale. Tra le soluzioni, nei giorni scorsi pare si sia trovata la quadra sull’affidamento al Politecnico di Milano e all’Università statale dell’incarico per individuare, entro qualche mese, una o più proposte di riutilizzo del milione di metri quadrati vicini alla Fiera. Successivamente si passerà alla fase di attuazione che potrà eventualmente prevedere anche una modifica dell’accordo di programma.

Tra le possibilità aperte c’è anche quella di una nuova gara, magari parziale, dopo che il 15 novembre è andato deserto il bando di Arexpo  per l’alienazione e la riqualificazione urbanistica dell’intero sito. E non è escluso che si torni anche all’ipotesi dello “spacchettamento” e dell’assegnazione di lotti che dovrebbero però essere assegnati in contemporanea, in modo tale da garantire l’acquirente circa le intenzioni del vicino. Il proposito è quello di scongiurare una svalutazione, comunque sempre possibile in caso di gara nuovamente deserta.

E davanti all’appuntamento con le banche, non è escluso che anche gli istituti di credito vengano chiamati a dire la loro sul progetto. Per tacer di università e comitati di saggi.

@emilioftorsello