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Diritto di critica | September 18, 2020

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Tutti Charlie Hebdo con le matite degli altri

Il Corriere della Sera pubblica un libro con le vignette del giornale satirico. Ma sembra che non abbia chiesto il permesso

“Matite in difesa della libertà di stampa”. Questo il titolo del libro uscito oggi insieme al Corriere della Sera. Obiettivo? Raccogliere le vignette dei disegnatori a seguito della strage di Charlie Hebdo, per rimarcare il diritto alla libertà di opinione e di stampa e dare un contributo concreto al settimanale francese. Il ricavato dalla vendita del libro, infatti, è stato destinato ai colleghi di Charlie Hebdo. C’è solo un piccolo inghippo: non sarebbe stato chiesto ai disegnatori e vignettisti il loro consenso alla pubblicazione delle vignette.

La polemica monta sul web e sono gli stessi fumettisti a lanciare l’accusa, secondo cui il principale quotidiano italiano si sarebbe indebitamente appropriato di immagini, vignette e disegni pubblicati dai singoli autori sui loro profili social a seguito della strage di Charlie Hebdo, per utilizzarli a fini commerciali. Non solo: oltre a non chiedere il permesso di riutilizzare l’opera, i disegni sarebbero stati pubblicati dal Corriere a bassa definizione, sgranati, e di cattiva qualità.

«È una cosa aberrante intanto dal punto di vista etico e morale – dice il vignettista Giacomo Bevilacqua, autore di “A panda piace”, in un contributo pubblicato da Wired –, perché la causa può essere anche la più giusta del mondo (la beneficenza a favore di Charlie Hebdo), ma in questo modo anche la più nobile delle intenzioni decade in maniera becera dal fatto che ti stai, di base, facendo bello con il furto di cose d’altri. Perché un giornale si dovrebbe arrogare il diritto di pubblicare un mio lavoro, coperto da diritto d’autore, per i suoi scopi, nobili o meno?».

Anche il disegnatore Roberto Recchioni ha pubblicato in rete una lettera aperta al Corriere, sottolineando che i mezzi per realizzare l’iniziativa sono stati “osceni”: «Se decidi di usare una mia immagine postata sul mio blog, o sulla mia pagina Facebook, o sul mio Instagram, o su qualsiasi altra piattaforma digitale a me intestata, sarebbe cosa gentile chiedermi il permesso di poterlo fare – scrive infatti Recchioni –. Magari non ho piacere che il mio lavoro sia presentato in maniera orrenda, con un file a bassa risoluzione. Magari non voglio che tu ti faccia bello e nobile con la mia roba. Magari non voglio che una cosa che ho realizzato per uno specifico contesto e su una specifica piattaforma, sia usata da te in un contesto e su una piattaforma del tutto diversa. Magari non ho piacere che una mia opera, nata da un preciso stato d’animo, sia commercializzata. Nemmeno per fini benefici».

Una situazione spiacevole, soprattutto nell’ambito di un discorso generale sulla libertà di stampa, perché – come sottolineano gli illustratori e i disegnatori coinvolti – la libertà di espressione e di stampa forse passa anche dal chiedere il permesso di utilizzare le opere di qualcun altro, prima di pubblicarle e venderle. Tutti capaci di essere Charlie, quando le matite sono quelle degli altri.

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