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Diritto di critica | July 14, 2020

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Tsipras vs l'Europa, il gioco duro inizia adesso

Dopo la vittoria schiacciante di Alexis Tsipras adesso bisognerà iniziare a fare i conti con la Ue e con il rigore.

Un dramma senza fine. Il leader greco ha vinto per questo, per la sua voglia di dire addio alle sofferenze senza via d’uscita che hanno ridotto il Paese in ginocchio: “ ..tre anni dopo la firma del memorandum – afferma Tsipras a gennaio 2014 nella prefazione al libro Cosa vuole l’Europa? – la situazione va di male in peggio. L’economia sprofonda nella crisi e, naturalmente, le tasse non vengono pagate semplicemente perché le persone non hanno i soldi per farlo. I tagli di spesa hanno raggiunto il cuore stesso della coesione sociale, creando le condizioni per una vera e propria crisi umanitaria. Per essere chiari, stiamo parlando di persone che rovistano tra i rifiuti per mangiare e che dormono sui marciapiedi, di pensionati che non possono nemmeno comprare il pane, di famiglie senza elettricità, di pazienti che non hanno accesso né ai farmaci né alle cure”.

Le sue idee sono chiare da tempo: “l’economia greca è entrata in un circolo vizioso di recessione incontrollata, che non porta a nulla se non al completo disastro. Il piano di “salvataggio” greco (un altro bel termine per descrivere la devastazione in corso) ignora un principio fondamentale: l’economia è come una mucca. Si nutre di erba e produce latte. È impossibile ridurre la sua razione d’erba di tre quarti e pretendere che produca quattro volte più latte”.

Le responsabilità della politica greca. Del resto il dramma della popolazione ellenica stremata da un’economia da dopoguerra non cancella quello che i suoi governanti hanno fatto con tutti i fondi piovuti su Atene per il suo ingresso in Ue.

È vero che le banche straniere, Bundesbank su tutte, facevano a gara a prestare soldi e ad incoraggiare Atene ad accettarli e poi a spenderli, ma l’apparato pubblico elefantiaco costruito con quei miliardi in modo da garantire voti di scambio e successo elettorale è un fatto. Come lo sono gli investimenti vuoti e privi di un’efficace logica economica portati avanti da un’élite politica corrotta, abile solo a navigare a vista nel mare delle convenienze personali, nell’illusione che i nodi non sarebbero mai arrivati al pettine.

Una politica che ha tollerato e fatto crescere i privilegi di una classe di speculatori in grave conflitto di interesse: è l’esempio dei proprietari di tv private che posseggono anche i giornali, utili ad amplificare il consenso per un’espansione economica fittizia e a mantenere sotto traccia il baratro che si stava scavando. Da questa fase discendono tutti i problemi, fino al salvataggio dell’economia attuato comprando la borsa greca praticamente per intero.

Riaprire i cordoni della borsa. Ora Tsipras vuole riaprire i cordoni della borsa, investimenti statali e welfare sono le sue promesse: innanzitutto sanità gratuita per i più poveri (in Grecia il tasso di mortalità infantile è più che raddoppiato e la situazione non è peggiorata ancor di più solo grazie ad interventi extra governativi come quello della Caritas capace di limitare i danni), poi raddoppio dei salari minimi, reintroduzione della tredicesima per pensionati e lavoratori dei ceti meno abbienti, alleggerimento della fiscalità per le piccole e medie imprese e molto altro.

Il tutto senza uscire dall’Europa, ma magari congelando il 60% dei 320 e passa miliardi di euro di debito (il 175% del Pil odierno) in una super obbligazione da corrispondere quando le condizioni saranno migliorate.

Considerato lo stato dell’economia statale, il programma suona come una sorta di bestemmia alle orecchie di una Ue dominata dalla finanza e dalla Germania che, infatti, ha già dato l’aut aut, richiamando al rispetto dei vincoli imposti dal “memorandum”, il protocollo sottoscritto da Atene come preciso impegno alle riforme e al rientro dei fondi spesi per il doppio salvataggio ellenico.

Basta con la Troika. Il discorso che l’uomo nuovo della sinistra europea fa è in sintesi molto chiaro: il periodo della Troika(Ue-Bce-Fmi) è finito, è tempo di tornare a vivere per il popolo greco stremato da anni di sacrifici e se questo comporterà il non pagare una parte del debito, allora, non pagheremo. Almeno non subito. Un po’ come dire, “noi non vogliamo uscire, ma così non possiamo andare avanti, quindi o ci mettete nelle condizioni di rimenere dentro oppure…”. La carica anti sistema è fortissima ed assolutamente condivisibile da chiunque abbia anche la minima conoscenza di quello che sta accadendo in Grecia. Tuttavia, le logiche finanziarie non lasciano alcuno spazio al sentimento e lo scontro si profila all’orizzonte. Dato che il mancato rientro della Grecia riguarda tutti. L’interrogativo principe rimane uno soltanto: cosa farà un Paese il cui debito è quasi interamente in mani straniere? Appena terminata la festa per la vittoria, la domanda esigerà delle risposte.

Di chi è il debito. I dati resi noti da Bloomberg mostrano che il debito greco è per la gran parte in mano alle istituzioni e ai Paesi stranieri. I governi dell’Eurozona detengono il 62% dei 322 miliardi di euro di debito greco (fonte ministero delle Finanze ellenico, terzo trimestre 2014), se a questo si unisce il 10% del Fmi, l’8% della Bce e il 3% della Banca centrale di Atene, si vede come il debito in mano a soggetti privati sia il 17%. Considerando i prestiti bilaterali per il primo salvataggio greco del 2010 e i fondi immessi nell’Esm (il fondo salva Stati), verso Atene i governi dell’Eurozona sono esposti per 195 miliardi.

Ma non solo perché gli stessi esecutivi hanno dato soldi alla Grecia anche in proporzione alle loro quote di partecipazione nella Bce (l’Italia ha il 12,3% del capitale) e nel Fmi (ne facciamo parte con il 3,2%). Guardando a noi vediamo che l’Italia – terza economia europea – è esposta verso la Grecia per 40 miliardi complessivi, dietro alla Germania (60), alla Francia (46) e seguita dalla Spagna (26) e dall’Olanda (12).

È possibile una nuova politica? Tsipras mostrerà se davvero è possibile attuare una politica totalmente opposta a quella rigida e fredda razionalità che ha guidato i nostri destini finora. Il Quantitative easing di Mario Draghi – primo segnale anti rigore –, forse, potrebbe rappresentare un paracadute anche in questo senso. Ma è certo che se la Grecia decidesse di non pagare i debiti, o almeno una parte considerevole di questi, scaricherebbe miliardi di perdite su chi le ha prestato denaro. Un’eventualità che la Bce non prende nemmeno in considerazione. In proposito, Benoit Coeurè, membro del comitato esecutivo della banca centrale, è molto chiaro: la Grecia “deve pagare, sono le regole del gioco”, aggiungendo che la discussione sulla scadenza può essere riaperta.

Se la Grecia non paga cosa faranno gli altri? Ma un altro dubbio, forse ancora più grande, è: se la Grecia non paga, o si rifiuta di farlo per intero, allora, perché dovrebbero farlo gli altri Paesi europei che hanno beneficiato degli aiuti?

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