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Diritto di critica | November 23, 2020

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Twitter e i politici, odi et amo tra blocchi e insulti

di Carol Verde

Preoccupati più della tua reputazione che della tua coscienza. Perché la tua coscienza è quello che tu sei, la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te.

Se Charlie Chaplin si dovesse ritrovare a fare un’istantanea di questi Tempi (post) Moderni, probabilmente farebbe questa piccola correzione. D’accordo, la frase originale non era proprio così – anzi, diceva l’esatto opposto (“preoccupati più della tua coscienza che della reputazione. Perché la tua coscienza è quello che tu sei, la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te. E quello che gli altri pensano di te è problema loro”) – ma siamo onesti: chi avrebbe il coraggio di mutuare un’affermazione simile, nell’era dei social media? Chiunque si occupi di comunicazione potrà sottoscrivere: quello che ‘gli altri’ pensano non solo deve preoccupare, ma è praticamente la prima cosa da tenere in considerazione. L’uso di Internet ha portato alle estreme conseguenze il confronto con il destinatario, e gli utenti assumono ormai il ruolo di opinion leader, in grado di influenzare la percezione dei brand (di qualsiasi natura) e le scelte di acquisto (o di interesse) di altri utenti. Fioccano corsi di brand reputation nelle aziende, le agenzie si attrezzano, gli staff si formano: la Rete offre una grandissima opportunità di visibilità e, agli utenti, regala infinite possibilità di esprimere le proprie opinioni, sia positive che negative, che devono essere gestite, monitorate, corrette. Saper gestire le critiche con professionalità, se prima era un valore aggiunto, adesso è diventato necessario – e più si è esposti, più risulta fondamentale.

Ma non ditelo a Gasparri.

Maurizio Gasparri, è diventato l’emblema, il paladino: esageriamo, l’eroe, di quella categoria di politici italiani che, nel gestire la propria immagine sui social network, spesso fanno ciò che non dovrebbero fare. Interrogato sul suo uso di Twitter, durante la presentazione del rapporto TweetPolitics 2014, a dicembre ha risposto candido: “Se uno insulta, si becca insulti”. E spesso il suo comportamento sociale su Twitter rispecchia questa linea: Gasparri non se le fa dire e non le manda a dire, senza distinzioni di sesso, età e ruolo sociale (come dimenticare la querelle con Fedez per la bambina sovrappeso?), si accanisce sulle questioni calcistiche, in qualche caso abbocca alle bufale, anche su delicate questioni politiche (come quella su Vanessa e Greta e il sesso con i terroristi), usando un registro linguistico che definiremmo non propriamente aulico. L’ultima è contro Renzi, una decina di giorni fa, a cui ha scritto, in maniera, per così dire, sportiva: “Sei una persona spregevole, torna nella loggia del babbo”.

Ma soprattutto, Maurizio Gasparri è noto anche per adoperare una tra le peggiori modalità di gestione delle critiche: bloccare gli account dei contestatori. La pratica è talmente consolidata che su Twitter è nata una pagina dal nome Bloccati da Gasparri (a cui fa eco una pagina di Facebook con lo stesso nome), che conta più di 1000 followers e che continua a crescere e ad avere materiale da pubblicare. La cosa, se dimentichiamo per qualche momento che si tratta del vicepresidente del Senato, ormai fa sorridere, tanto che l’esercito di @bloccatidagaspa si autodefinisce “la quarta forza del Paese”, e le persone interessate si chiedono con ironia se questo onore sia da inserire nel curriculum. E’ poi così grave? A ben ricordare, persino Beppe Grillo bloccò l’account di Flavia Vento nel 2012, con tanto di ingiurie da parte della soubrette. Raffaele Fitto, che inneggia alla libertà d’espressione all’interno del suo partito, è solito evitare la minima contestazione col medesimo sistema, e che dire di Brunetta: stesso approccio censore, sebbene le performance del suo account, secondo il rapporto TweetPolitics 2014, superino persino quelle della grillina Di Vita, e il suo Mattinale si classifichi primo tra gli altri, per capacità di fornire notizie e interpretazioni politiche.

La lista potrebbe continuare. Se è vero che Twitter è veloce, fornisce una grande visibilità, cattura l’attenzione anche dei media tradizionali (e questo, per chi scrive, è un vantaggio), è anche vero che è un canale di ascolto, e, come tale, ha il difetto di permettere agli utenti di rispondere, reagire, commentare. I social media, con Twitter in testa, insomma, non sono a senso unico: eppure, questo molti politici non riescono proprio a comprenderlo.

Certo, essere esposti non è sempre facile, e ci sarebbe da fare dei distinguo. La critica a priori sta diventando una moda (non più solo grillesca), e andrebbe se non arginata, quantomeno educata – basti pensare che esistono persino pagine facebook, come quella Twitta il politico, in cui l’autoproclamatasi ‘rete-famiglia’ gioca a provocare random i politici in carica, con l’unico scopo di fargli perdere la pazienza. Ma questo non deve fuorviarci. Se anche le aziende, ormai, spendono fior di quattrini per farsi insegnare dai social media strategists la gestione delle critiche, perché le cariche pubbliche e dello Stato dovrebbero esimersi? Senza cedere a logiche populiste: in quanto rappresentanti dei propri elettori, in quanto stipendiati da ogni cittadino, questi signori farebbero bene, prima ancora di imparare a digitalizzarsi, ad imparare il dialogo, e prima ancora della gestione delle critiche, ad imparare la gestione del confronto civile. Un’azienda che fornisce un servizio o un prodotto non è del tutto dissimile dalla macchina politica: da quando il political marketing si è orientato al prodotto (nella classificazione accademica di Jennifer Lees-Marshment) i confini si sono assottigliati, e questo non può far comodo solo in campagna elettorale. Anche perché – e non c’è bisogno di masticare branding reputation, per capirlo – bloccare la critica equivale ad ammettere la propria incertezza.