Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Diritto di critica | August 13, 2020

Scroll to top

Top

Immigrazione: ecco cosa fanno (e potrebbero fare) i Paesi europei ed extraeuropei - Diritto di critica

Immigrazione: ecco cosa fanno (e potrebbero fare) i Paesi europei ed extraeuropei

Un piano globale per invertire il trend drammatico che vede un incremento trenta volte superiore rispetto allo stesso periodo del 2014. Sono 1.750 le morti “ufficiali” dei migranti solo nel 2015. Un’ecatombe che non conosce crisi. Il relatore speciale delle Nazioni Unite Francois Crépeau, in un’intervista al Guardian, denuncia il mancato intervento sul problema dei rifugiati che sta creando un mercato per i trafficanti di esseri umani. “Un milione di siriani, nei prossimi cinque anni, dovrebbe essere presi in carico dai paesi più ricchi, e il piano potrebbe estendersi anche a 7 anni includendo altre nazionalità come gli eritrei, in fuga dalle guerre nei loro paesi. Un paese come il Regno Unito – ha spiegato Crépeau –, potrebbe ospitare circa 14mila siriani ogni anno. Il Canada meno di 9mila per cinque anni. L’Australia 5mila siriani ogni anno per i prossimi cinque anni”.

La Gran Bretagna ha destinato 700 milioni di sterline in aiuti umanitari per la Siria, accettando di accogliere solo 143 rifugiati siriani. Anche gli Stati Uniti, dal punto di vista economico destinano ingenti risorse, rifiutandosi di accogliere i migranti. Le correnti fondamentaliste di destra da anni sono in guerra contro le politiche di accoglienza. Crépeau sollecita l’intervento delle Nazioni Unite “per ridurre il modello del business del contrabbando e, di conseguenza, ridurre il costo delle richieste di asilo. Il piano – ha aggiunto il relatore – consentirebbe ai rifugiati siriani di partire da Istanbul, Amman e Beirut per approdare in Europa, Nord America e Australia, cercando di sfruttare in modo significativo le opportunità di inserimento nelle nuove società, invece di pagare migliaia di euro e morire nelle acque del Mediterraneo insieme ai loro figli”.

Crépeau ha parlato anche dei cosiddetti “migranti economici”, ovvero coloro che fuggono dal paese di nascita non tanto a causa della guerra, bensì per le difficili condizioni economiche. “Vanno in Europa – ha spiegato il relatore delle Nazioni Unite – perché sanno che lì ci sono i posti di lavoro. I paesi che dovrebbero accoglierli parlano di mancanza di impiego, ma non è vero. Ci sono lavori, nel campo dell’agricoltura, dell’edilizia, nel settore alberghiero e nella cura degli anziani che sono sottopagati. Alle società industrializzate fa comodo avere forza lavoro sottopagata e ciò rappresenta un grande fattore di attrazione per i migranti”. Crépeau suggerisce l’introduzione di un visto di ingresso stagionale rivolto ai migranti meno qualificati, per un certo numero di mesi e anni consecutivi. Se entro quattro mesi non dovessero trovare lavoro, non potrebbero rimanere sul territorio che li ha ospitati e il loro tentativo sarebbe rimandato all’anno successivo. “La mobilità è ciò che ci serve”. Ora la palla passa alle Nazioni Unite e all’Unione Europea.