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Diritto di critica | July 6, 2020

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Cibo ed effetti speciali, l'Expo che sorprende

La faraonica opera è un grande successo di pubblico. Non mancano i contenuti e le suggestioni. Ma cosa farci dopo il 31 ottobre?

Uno spettacolo. Quel gioco di luci, musica e fuochi d’artificio dell’Albero della Vita, simbolo biblico fatto proprio dall’Expo, vale da solo il biglietto d’ingresso. Ma l’Esposizione universale è veramente molto di più. Padiglioni dall’architettura innovativa, esperienze e sapori unici. E quella sensazione di essere per un giorno al centro del mondo.

Un po’ Gardaland, un po’ fiera. Appena si giunge ai tornelli dell’Expo con i metal detector e gli innumerevoli controlli si ha subito l’impressione di entrare in una dimensione diversa. Gli spazi sono immensi, un mix tra Gardaland e una fiera. Quando si inizia a passeggiare lungo il Decumano, enorme via che rappresenta la vera spina dorsale della fiera per un chilometro e mezzo, si ha la sensazione di camminare in un mare di esseri umani. Dove finisce il Decumano non è chiaro: lo sguardo si perde all’orizzonte. Gran parte dei padiglioni che si affacciano sulla grande strada  sono vere e proprie opere d’arte.

Il padiglione Zero, l’inizio di tutto. Da dove iniziare? C’è veramente l’imbarazzo della scelta. Molto dipende anche da quale entrata si raggiunge il Decumano. Chi arriva con il treno o con la metropolitana indubbiamente lo spettacolare Padiglione Zero è il luogo dove iniziare questo lunghissimo viaggio. Non solo perché è il primo che si incontra, ma anche perché fornisce un quadro del tema dell’Expo 2015: l’alimentazione. Al suo ingresso la scritta “Divinus Halitus Terrae”, il noto verso di Plinio. Il Padiglione Zero è la storia delle storie, quella dell’uomo nel suo rapporto con il cibo, cioè con la natura. Un enorme archivio a muro, fatto di tanti cassetti, che rappresentano la storia e le storie di tutti noi, accoglie i visitatori. È sufficiente passare nella buia stanza successiva per ritrovarsi proiettati in una realtà ancestrale dove un enorme albero esce dalla terra e buca il tetto mentre su una parete e senza commento vengono proiettate enormi immagini di caccia, pesca e agricoltura. All’esterno, il padiglione appare come un insieme di colline a forma conica, come piccoli vulcani.

L’Oman, una scoperta. Per evitare di trascorrere molto tempo in fila, conviene iniziare la visita dei padiglioni dal fondo, in considerazione del fatto che i primi sono subito presi d’assalto. Tra gli ultimi padiglioni lungo il Decumano è imperdibile quello dell’Oman, paese della penisola arabica che si affaccia sull’Oceano in uno dei principali crocevia commerciali, dove spezie e tessuti sono stati scambiati per secoli tra arabi, africani e indiani. Il padiglione è una rappresentazione di una casa signorile fortificata. Dentro è possibile apprendere molto delle usanze del luogo e soprattutto dei sapori e degli ingredienti. Subito dietro il padiglione c’è un ristorante self-service dove assaggiare di persona le specialità omanite.

Marocco, tra mandorle e mandarini. Molto suggestivo e ricco di informazioni è anche il padiglione del Marocco, dove è possibile scoprire ogni aspetto della cultura culinaria locale e dei prodotti della terra. Mandorle e mandarini rimandano alla dimensione mediterranea di una terra racchiusa tra due mari. Alla fine del tour nel padiglione, ci si può rilassare nel giardino mediterraneo, con musica tradizionale, sorseggiando un tè alla menta all’ombra di uliveti e palme.

Il padiglione russo: bello fuori, noioso dentro. Quello russo è forse uno dei padiglioni più riusciti sotto il profilo architettonico. L’ingresso è particolarmente suggestivo grazie ad una tettoia enorme ricoperta di specchi. L’impressione è quella di confluire nel punto di incontro di due realtà, quella terrena e quella celeste, con un effetto che ricorda la magnifica scenografia del film “Upside down”. Delude, invece, all’interno. Molto freddo e veramente poco coinvolgente.

Quello francese fa sognare. Non delude, invece, il padiglione francese. All’interno un’architettura onirica segue il percorso didattico che parte dall’esterno dove ci sono i prodotti della terra, fino al cuore del padiglione dove il cibo viene prodotto.

Gli Usa, tra idee innovative e un po’ di ipocrisia. Il padiglione statunitense è uno dei più gettonati. Una parete è composta da una coltivazione verticale robotizzata. Qui l’aspetto didattico è evidente ma rischia di sfociare in un grande spot per le politiche statunitensi in tema di alimentazione e sostegno ai paesi più poveri.

L’ottimo ristorante giapponese. Il padiglione più gettonato è certamente quello del Giappone. La fila all’ingresso, ordinata come nelle migliori file di Tokyo, è lunga e si rischia di attendere anche un’ora e mezza. Meglio tentare in prima mattinata per evitare di perdere troppo tempo. Un ristorante di Kyoto, posto al primo piano, accoglie i visitatori: prezzi modici e non il solito sushi.

La didattica del padiglione tedesco. Altro padiglione gettonatissimo è quello tedesco. La prima parte del percorso illustra le fonti dell’alimentazione (suolo, acqua, clima e biodiversità). Nello spazio “Il mio giardino di idee” ogni visitatore può interagire con il materiale esposto per ottenere ulteriori informazioni multimediali. Il gran finale è lo show “Be(e)active”: i visitatori possono sperimentare un volo sulla Germania (attraverso 3mila schermi che proiettano paesaggi tedeschi) dalla prospettiva di due api in volo, il cui movimento è guidato da un direttore d’orchestra.

Foreste e acqua. Imperdibili, infine, quello austriaco e quello del Kuwait. Il primo, forse un po’ fuori tema, è maggiormente legato al tema dell’ecologia. Il visitatore entra in una vera e propria foresta che si refrigera autonomamente grazie all’evapotraspirazione delle stesse piante. Quello del Kuwait, invece, permette di vivere – grazie ad un gioco di specchi – un temporale nel deserto, per ricordare l’importanza delle risorse idriche per la vita delle piante e dell’uomo nel deserto. All’esterno il padiglione accoglie i propri visitatori con le vele delle imbarcazioni tipiche dei pescatori locali per ricordare anche la vocazione marittima del Paese.

I giganti dell’est. Un grande sforzo promozionale è stato fatto anche dal Kazakistan e dal Turkmenistan. Il primo padiglione è molto gettonato grazie anche agli interminabili spettacoli che svolgono durante tutto il giorno di fronte alla facciata. All’interno è possibile assaporare i cibi locali. Il padiglione turcomanno, invece, permette di scoprire in pochi minuti molto di un paese sconosciuto ai più. I tappeti sono il simbolo primo di una tradizione senza tempo.

L’Italia non sfigura. Il padiglione Italia è posto alla fine del Cardo, nei pressi del magnifico Albero della Vita. La struttura è molto suggestiva. L’interno appare forse un po’ freddo. Non appare molto riuscito l’accostamento artistico al piano terra, tra classicismo e modernità. Mentre i piani superiori raccontano dell’Italia, del suo “saper fare”, del suo ingegno e della sua biodiversità.

Una fiera (quasi) completa. Il lavoro svolto velocemente negli ultimi mesi prima dell’apertura ha permesso di avere una fiera sostanzialmente completa. Unico padiglione sul Decumano non completato e attualmente chiuso è quello del Nepal per ovvi motivi legati alla situazione in patria. Girando per le strade secondarie ci si accorge di qualche padiglione ancora in allestimento come quello della regione ospitante: la Lombardia. Ma essenzialmente l’area espositiva non dà un’impressione di incompletezza. L’obiettivo è stato raggiunto, checché ne dicano i rappresentati di Slow Food (che nonostante le polemiche mantengono il loro grande spazio espositivo). Piuttosto ora bisogna capire cosa farne dopo il 31 ottobre di tutto questo. Un enorme museo? Un parco giochi? È difficile pensare al futuro di questa struttura troppo grande per ospitare eventi ordinari.

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