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Diritto di critica | February 17, 2020

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''The Tribe'', al cinema la prima pellicola nella lingua dei segni - Diritto di critica

di Rossella Assanti

Il rumore nel silenzio. E’ questo “The Tribe”, il primo lungometraggio del regista ucraino Myroslav Slaboshpytskiy, che ha varcato la soglia del Trieste Film Festival e premiato alla Semaine de la Critique durante il Festival di Cannes 2014. Una rivoluzione nel mondo cinematografico, un degno omaggio al caro, vecchio e sempre emozionante cinema muto. Questa volta spetta solo all’anima sentire e alla vista svolgere il resto delle funzioni. The tribe, infatti, è interamente in lingua dei segni senza sottotitoli, senza traduzione.

Kiev, Ucraina, sullo sfondo luoghi e paesaggi riflettono, quasi in stile un po’ dickensiano, le turbolenze del mondo interiore dei personaggi. Sergey, ragazzo sordomuto, arriva in un istituto di sordomuti ed è proprio qui dentro che prende vita “la tribù”. E’ nelle mura pallide della struttura che ragazzi e ragazze vivono secondo precise regole ferree piegandosi ai violenti istinti di sopravvivenza, facendo prevalere la forza quasi animalesca per vivere. Una banda di ragazzi è al vertice. Violenza e prostituzione vengono affrontati in tutte le loro sfumature, è per questo che anche l’amore si crea il suo spazio. Sergey si innamora di Anna, ragazza prescelta per essere fatta prostituire di notte tra i parcheggi dei camionisti. La fiamma del sentimento amoroso arde tra le sterpaglie di quella vita, con violenta fatica i due cercano di addomesticarsi, di sottrarsi agli istinti di sopraffazione.

L’Italia rappresenta un miraggio, un’ancora di salvataggio, una speranza di rinascita per i due protagonisti.

Myroslav Slaboshpytskiy in merito alla sua opera rivoluzionaria ha spiegato: “È un mio vecchio sogno quello di rendere omaggio al cinema muto. Fare un film che possa essere compreso senza che venga detta una parola. Non pensavo però a un certo tipo di cinema europeo ‘esistenzialista’ in cui gli eroi stanno zitti per metà della durata del film. Anche perché gli attori non erano muti nei film muti. Comunicavano molto attivamente attraverso un’ampia gamma di azioni e di linguaggio corporeo”.

Per la prima volta non sono le parole parlate le protagoniste, bensì una storia fatta interamente di corpi e anime che predominano, si fondono per un dialogo in grado di esistere con maggiore forza e intensità.

@RossellaAssanti

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