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Diritto di critica | July 4, 2020

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La guerra di Erdogan - Diritto di critica

La guerra di Erdogan

E’ da più di una settimana oramai che le postazioni curde dell’YPG e del PKK vengono sistematicamente bersagliate dai jet di Ankara, a differenza di quelle dell’ISIS che non sembrano una priorità per la “guerra sincronizzata al terrore” dichiarata dal primo ministro Ahmet Davutoglu. Risulta ormai chiaro che la guerra all’ISIS della Turchia non è altro che una farsa; un disperato tentativo messo in atto dal partito islamista filo Fratelli Musulmani dell’AKP per rifarsi da una devastante batosta elettorale, utilizzando lo slogan della “guerra al terrore” come scusa per attaccare le milizie curde.

Bombardamenti sistematici sulle postazioni curde

Soltanto nella giornata di giovedì la Turchia ha mandato trenta aerei a bombardare postazioni del PKK in territorio iracheno, ben lontano dalle postazioni siriane dei jihadisti del “Califfato”.

Lo scorso 27 luglio Rete Kurdistan ha reso noto un comunicato del Comando generale delle YPG che denunciava l’attacco da parte dell’esercito turco contro le postazioni della Unità di difesa del popolo (YPG) e dell’Esercito libero siriano (FSA).

“Secondo la dichiarazione l’esercito turco ha bombardato le posizioni delle YPG e del FSA nel villaggio di Zormikhar di fronte alla città di Jarabulus occupata da ISIS- usando un intenso fuoco di carri armati a Kobane ovest alle 4:30 del 24 luglio.In questo attacco sono rimaste feriti quattro combattenti del FSA e diversi abitanti dei villaggi locali. Ieri alle 22:00, l’esercito turco ha bombardato di nuovo lo stesso villaggio con sette turni di carro armato. Uno dei veicoli delle YPG è inoltre finito sotto il fuoco pesante dall’esercito turco turco a est di Kobanê nel villaggio di Al Findire alle 23:00 di ieri.”

Si legge poi:

“Invece di colpire le posizioni di ISIS occupate terroristi, le forze turche attaccano le posizioni dei nostri difensori. Questo non è l’atteggiamento giusto. Sollecitiamo la leadership turca a fermare questa aggressione e di seguire le linee guida internazionali. Stiamo dicendo all’esercito turco a di fermare il fuoco contro i nostri combattenti e le loro posizioni”.

Repressione in Turchia

Nel frattempo continua la repressione nei confronti dei curdi in territorio turco, con l’associazione per i diritti umani IHD che denuncia l’arresto di 872 persone a partire dallo scorso 21 luglio. Giungono inoltre allarmanti notizie da Cizre e Diyarbakir, dove la polizia ha ucciso due ragazzini: Hasan Nere (17 anni) e Beytullah Aydin (10 anni).

Come se ciò non bastasse, sabato scorso la polizia turca ha attaccato una manifestazione anti-ISIS ad Ankara: centinaia di persone erano scese in piazza per protestare contro l’attentato al centro culturale Amara di Soruc che lo scorso 20 luglio aveva causato la morte di 32 persone e il ferimento di 104. Il Centro si stava occupando di alcuni progetti per la ricostruzione di Kobani.

Repressione a trecentosessanta gradi dunque; d’altronde Erdogan aveva a suo tempo annunciato che la Turchia non avrebbe mai accettato una zona autonoma curda a ridosso dei propri confini e a quanto pare sta mantenendo la promessa, grazie anche all’appoggio della NATO e dell’amministrazione Obama, secondo cui la Turchia ha “diritto a difendersi”.

La Turchia e l’ISIS

E’ ben noto oramai che i jihadisti dell’ISIS godevano del supporto di Ankara e gli elementi che confermano tale teoria sono molti: dal transito di jihadisti attraverso il confine turco alle cure mediche ricevute dai comandanti del “Califfato” negli ospedali turchi a ridosso del confine siriano. Ci sono poi i carichi di armi protetti dal MIT, i servizi segreti e diretti ai jihadisti ed anche i tre militari delle forze speciali turche catturati assieme ai jihadisti durante l’ultimo massacro di civili a Kobani, a fine giugno.

Vi è poi il caso di Abu Hanzala, arrestato pochi giorni fa dalla polizia turca con l’accusa di essere membro dell’ISIS. Le autorità di Ankara lo avevano annunciato a gran voce ma senza tener conto che alcuni hanno la memoria lunga.

Abu Hanzala, vero nome Halis Bayancuk e capo cellula dell’ISIS in Turchia, era già stato arrestato nel gennaio 2014 durante un’operazione contro una rete qaedista per poi essere rilasciato da un tribunale della città di Van nell’ottobre dello stesso anno. Un fatto inspiegabile e reso ancor più controverso dalla rimozione di numerosi investigatori e magistrati che avevano coordinato le operazioni contro la cellula di Hanzala.

Un unico obiettivo

Ankara era da tempo seriamente preoccupata per l’avanzata dell’YPG in Siria che non solo aveva respinto l’ISIS a Kobani ma si stava pericolosamente avvicinando a Raqqa, roccaforte dello Stato Islamico. In aggiunta, alle ultime elezioni, i curdi avevano riscosso un notevole successo a danno del partito islamista AKP e c’era dunque bisogno di uno stratagemma per guadagnare consensi, di una nuova “guerra al terrore” che in teoria doveva bersagliare sia l’ISIS che il “terrorismo del PKK”, ma che in pratica punta principalmente a indebolire le milizie curde.

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