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Diritto di critica | September 26, 2020

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Non solo jihad. Viaggio nel Marocco degli imam moderati - Diritto di critica

A Rabat esiste un’Accademia che prepara i predicatori del nuovo Islam, con il sogno di sconfiggere gli estremisti della jihad e placare l’odio verso l’Occidente

Dimenticate per un po’ l’Islam fondamentalista, la minaccia e la paura, la missione spietata contro l’Occidente. In Marocco da qualche mese si insegna la tolleranza, nella prima accademia per imam anti-jihadisti, un ambizioso progetto voluto dal re Mohammed VI per diffondere la parte più moderata dell’islamismo, quella che segue l’imperativo di Maometto di «non uccidere il prossimo, se non in una guerra legale».

G036823_photo-524393813485Un’oasi a Rabat L’ “Istituto per la formazione degli Imam” sorge nella capitale del Paese, che dopo le rivoluzioni del 2011 sta provando a diventare la guida di un nuovo modo di concepire la religione araba, a partire dagli investimenti nella cultura (oltre 20 milioni di euro) e dal rispetto della nuova Costituzione, che parla dell’identità marocchina come di «una somma di arabi, berberi, ebrei e andalusi». Nell’accademia studiano più di ottocento alunni, di ogni età e provenienti da nazioni diverse come Costa d’Avorio, Guinea, Libia, Mali e persino Francia: «Vengono qui per apprendere l’Islam e portarlo nei loro Paesi – aveva detto ai media il direttore dell’Istituto, l’imam Abdesselam Lazaar – con il fine di sconfiggere e sradicare le bugie e la violenza che alimentano Isis, Al Qaeda e gli altri gruppi jihadisti». Tra gli studenti anche un 20 per cento di donne (separate dai colleghi maschi), future “predicatrici” moderate che qui imparano anche a cucire a macchina. Tra lezioni e dibattiti, si svolgono corsi sul Corano, sugli insegnamenti di Maometto, seminari di storia contemporanea, politica e cultura, e si cura anche il fisico con palestre e sale attrezzi: «Un imam deve essere a posto con se stesso, a cominciare dal proprio corpo. Il jihadismo è un virus, una malattia, che nasce dalla scelta della violenza da parte di individui che prima di odiare il prossimo odiano ciò che sono loro». Un’importanza particolare hanno gli iscritti che arrivano dal cuore dell’Africa (vedi la Nigeria), territorio delicato dal quale nuove frange estremiste si stanno imponendo per risalire verso il nord.

Lotta di frontiera Non solo cultura, ma anche azione. Ad aiutare il Marocco, sul quale incombono i gruppi di Isis e Al Qaeda insediati in Algeria, Libia e Tunisia, sembra essere la frontiera naturale del Sahara, rafforzata dal governo marocchino con un vallo difensivo lungo 2700 chilometri, il “Berm”, fatto di muri di sabbia e sensori elettronici per bloccare l’avanzata jihadista. Un’opera ambiziosa sorvegliata da più di 40mila uomini armati e con un posto di blocco ogni 5 chilometri, più le navi della Marina che pattugliano il mare: i “jihadi-gangster”, come li chiamano i prefetti da quelle parti, si nascondono e sfruttano le rotte del traffico di sigarette, droga, armi e, dalla Libia, anche clandestini. Ma le pattuglie del governo marocchino assicurano di svolgere una caccia senza tregua, catturando vivi i fondamentalisti all’interno dei confini nazionali.

La particolarità del Marocco Il Paese nordafricano è sempre stato un caso particolare nella professione della religione islamica: mai sottomesso durante la Storia dagli ottomani, ha coltivato una fede peculiare e lontana da ogni retaggio estremista. Gli stessi re marocchini che si sono susseguiti (chiamati “principi dei credenti”) hanno da sempre accolto i dogmi delle altre religioni, dato rifugio agli ebrei nei periodi più difficili e incentivato la costruzione e la conservazione delle sinagoghe presenti sul territorio.