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Diritto di critica | April 22, 2019

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Spotlight, l'inchiesta che ha fatto la storia - Recensione

Il film di McCarthy racconta l'inchiesta del Boston Globe che ha aperto il vaso di Pandora degli abusi sessuali dei preti sui minori. Per ricordare che abbiamo ancora bisogno del giornalismo «lento»

Il Caso Spotlight, l’inchiesta che ha fatto la storia

Religione e violenza. A Boston nulla è come sembra. Poche mele marce, dicono. Ma qualcosa non torna. E un gruppo di giornalisti scopre la verità. Il Caso Spotlight uscirà oggi nelle sale italiane. Dura, talvolta cruda, la pellicola di Tom McCarthy, già presentata fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia non è un thriller, anche se il ritmo è quello dei soliti polizieschi. È semplicemente una storia vera: le indagini eseguite dalla squadra di Spotlight, redazione d’inchiesta del Boston Globe che nel 2001 ha fatto luce su un migliaio di abusi sessuali perpetrati da parte di una settantina di preti cattolici nei confronti di minori.

Alla scoperta della verità. Il ritmo è incalzante, veloce. I dialoghi spesso serrati obbligano lo spettatore a prestare massima attenzione allo sviluppo della vicenda, partita dalla denuncia di qualche abusato negli anni ottanta. La ricostruzione dei fatti è molto attinente alla realtà. McCarthy fa rivivere ogni momento dell’inchiesta e ogni dettaglio del lavoro svolto dalla squadra dei giornalisti per giungere alla verità. Una verità scomoda che va contro il potere costituito, quello della Chiesa cattolica, presente in ogni aspetto della vita sociale della città di Boston.

I protagonisti. Eccellenti le interpretazioni dei quattro protagonisti: Michael Keaton, Rachel MacAdams, Liev Schrieber, Mark Ruffalo. Non c’è spazio per le vite private dei singoli personaggi: lo spettatore impara a conoscerli solo per il loro lavoro, un lavoro totalizzante che li assorbe completamente.

Il giornalismo “lento”. La trama del film si muove su due piani. Se da un lato racconta con durezza una triste vicenda, dall’altro fa emergere anche il senso più profondo del giornalismo: la denuncia sociale. Un giornalismo lento, certo, che forse fa a pugni con la velocità del web, ma che rimane sempre e comunque fondamentale. Spotlight è un film così dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole di giornalismo d’Italia perché in poco più di due ore insegna quello che molti studenti non acquisiscono in due anni: la passione. La passione per la verità, per un lavoro che può fagocitarti senza lasciare spazio ad altro.