Tutta la dolcezza di "The Danish girl" - Diritto di criticaDiritto di critica Tutta la dolcezza di "The Danish girl" - Diritto di critica
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Diritto di critica | August 19, 2018

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Tutta la dolcezza di "The Danish girl" - Diritto di critica

Se non lo aveste ancora visto, fatelo. Il film di Tom Hooper è disarmante e semplicemente perfetto

Tutta la dolcezza di “The Danish girl”

La setosità di un paio di collant, la morbidezza del raso di una sottoveste, e il desiderio di essere qualcun altro che emerge e irrompe in poche, bellissime scene. Basta guardare una manciata di minuti di “The Danish girl” per convenire che quest’anno di Oscar come miglior attore protagonista ne occorrevano due: Eddie Redmayne, nei panni della prima trasgender che subì l’operazione di cambio di sesso (la pellicola è ispirata ad una storia vera), ci conduce meravigliosamente nel complicato ed incompreso mondo di chi non riesce ad esprimersi e a rivelare la propria natura, sbattendo contro un muro di intolleranza e bigottismo. Già affrontare un percorso del genere è arduo nel mondo di oggi, figuriamoci nella Danimarca di fine anni Venti: «Penso che questo film sia una storia d’amore e una riflessione sui diritti umani – ha dichiarato il protagonista, già premiato nel 2015 per “La teoria del tutto” – quando ho letto la sceneggiatura mi sono profondamente commosso. È stato un percorso emotivo molto forte, sono andato alla ricerca di Lili dentro di me, e ho tratto elementi importanti attraverso gli incontri con le comunità trans di Copenhagen, Bruxelles, Londra. Sono stati molto generosi, ho ascoltato le loro storie. E da lì sono partito».

danish-girlAffiancato da Alicia Vikander (premio Oscar per l’attrice non protagonista) nel ruolo della moglie pittrice che inconsapevolmente lo aiuta a trovare la strada, attraverso alcuni ritratti eseguiti per gioco, Redmayne pennella il suo personaggio con una dolcezza e un’intensità che ci portano ad immergerci nel dramma e a tifare per lui: prima di trovare pace come Lili Elbe, il timido ed impacciato Heiner deve affrontare fantasmi del passato, paure, turbamenti, improbabili cure contro l’omosessualità e la schizofrenia, umiliazioni da parte di chi si ritiene “normale”. Un calvario mitigato solo dall’amore incondizionato della compagna Gerda e dal desiderio, prima rinnegato poi consapevole, di essere sé stesso, di guardarsi allo specchio e finalmente riconoscersi: «Qualunque cosa io indossi, i sogni che farò questa notte saranno i sogni di Lili».

Ogni dettaglio nel film è prezioso e curato: un movimento della mano, un’impercettibile mimica facciale, un tocco di rossetto rosso. E più occasioni per osservare e osservarsi, attraverso specchi, vetri, usci lasciati socchiusi, sguardi dipinti su tela. La fotografia inebria, e mostra una Copenhagen calda negli interni ma nebbiosa e spigolosa fuori, con architetture geometriche e strade costeggiate da case squadrate tutte uguali, a simboleggiare il tormento di Lili e l’ostilità del mondo esterno.

“The Danish girl” commuove e parla d’amore e coraggio, senza essere stucchevole. Lo aveva detto il regista Tom Hooper (che ha già diretto chicche come “I miserabili” e “Il discorso del re”, premiato nel 2011 con 4 premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia): «Viviamo in un mondo tristemente diviso. Questo film parla dell’accettazione resa possibile dall’amore, ed è un appello a prendere in considerazione uomini e donne trans che soffrono. L’insegnamento straordinario che ci viene dal personaggio di Gerda è la condivisione, l’amore sincero che parte dall’accettazione dell’altro».