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Diritto di critica | July 20, 2019

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L'informazione terremotata

Come in ogni terremoto che si rispetti, l'informazione dà il peggio di sé. Torniamo a fare vero servizio pubblico

L’informazione terremotata

Ad ogni tragedia segue la solita polemica. I giornalisti “sciacalli”, i giornalisti “incapaci”. Ad ogni terremoto, ad ogni alluvione, ad ogni dramma che colpisce quest’Italia traballante chi fa informazione finisce con tutti e due i piedi nell’occhio del ciclone. Il Corriere della Sera, nella notte del terremoto, ha dato la notizia con notevole ritardo, indicando prima un terremoto in Molise (che non c’è mai stato) e poi segnalando come epicentro la città di Matriciana. La giornalista di RaiNews per una buona ora ha continuato a ripetere che il terremoto ha colpito duramente anche la città di Sperlonga (località marina sulla costa laziale), quando in realtà di trattava del borgo di Spelonga (in provincia di Ascoli Piceno).

Sbagliare è umano, ma fino ad un certo punto. Errori grossolani – certo – che hanno sollevato un vespaio di polemiche dopo qualche comprensibile allarmismo. Polemiche fuori luogo a poche ore dal dramma che comunque fanno un po’ riflettere sullo stato dell’informazione in Italia. Stare di notte in redazione da soli o al massimo con un altro collega e ritrovarsi a gestire un mare di informazioni che piovono da agenzie ed enti, mentre il telefono squilla all’impazzata non è semplice. Non è per tutti. Anzi, probabilmente è per pochi. Certo, però, che scrivere Matriciana al posto di Amatrice significa non conoscere uno dei borghi più famosi d’Italia. Indicare il terremoto in Molise è un errore riconducibile alla fretta di pubblicare quando le prime notizie sono frammentarie. Nel 2009 le principali testate, alle 3.32 titolarono “Forte terremoto a nord di Roma”, per poi correggersi appena le informazioni dell’Ingv divennero più chiare. Scrivere che la cittadina marina di Sperlonga è stata investita dal rovinoso terremoto significa non conoscere la geografia.

Il giornalismo, come non dovrebbe essere. Sono errori, questi, che non rendono onore al lavoro giornalistico ma che diventano veniali di fronte ad una tragedia immane. Eppure non sono mancate le polemiche capitanate dall’opinionista del Fatto Quotidiano Selvaggia Lucarelli che probabilmente – memore del dibattito agostano sulla sua non iscrizione all’Ordine dei Giornalisti – non è mancata di polemizzare con i “giornalisti professionisti”, mentre era in vacanza in Birmania. Certo, nei primi minuti l’errore di localizzazione del Corriere della Sera o quello di RaiNews possono aver generato preoccupazione e allarmismo, ma questo poco conta di fronte al dramma. Piuttosto, il problema è come i media raccontano le prime ore del post terremoto. Come i giornalisti si aggirano a piedi sulle macerie ad inquadrare materassi, foto, quadri appesi, tende e armadi. Cose di vita quotidiana. Raccontano l’ovvio con il pathos. Cioè fanno esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare il giornalista: raccontare ciò che è avvenuto, l’ampiezza e la forza della devastazione, senza spettacolarizzare. Intervistare i soccorritori e i tecnici più che le vittime. «Signora, lei questa notte dormiva in quella casa che adesso è crollata. Come si sente?» Come vuoi che si possa sentire una persona che ha perso tutto? Vogliamo vedere le lacrime e la disperazione o vogliamo seriamente capire cosa è successo, quali danni il terremoto ha procurato, e se c’è il rischio di altre gravi scosse?

Quelli che…”prendiamo esempio dal Giappone”. Al di là di errori pacchiani, dovuti talvolta alla fretta di pubblicare, quello che è più grave è la tendenza del giornalista italico a lasciarsi andare a riflessioni e chiacchiere da bar. La polemica sul fatto che il 70% delle abitazioni in Italia non è anti-sismico, fa un po’ sorridere. «In Giappone hanno realizzato tutti gli edifici con questa tecnologia e nessun palazzo crolla per una scossa del 6° grado». Tutto vero, ma l’Italia non è il Giappone. Non si tratta di un ritardo tecnologico, quanto della difficoltà di mettere mano a borghi storici, con edifici realizzati due o tre secoli fa. Esistono dei sistemi, ovviamente, per mettere in sicurezza questi edifici, o comunque per consolidarli. Ma quanto costa? Più di quanto costerebbe realizzando un’abitazione da zero. E chi paga? Il Fatto Quotidiano ha sottolineato come in Italia si spenda poco per la prevenzione anti-sismica. In realtà, negli ultimi anni ci sono state una serie di defiscalizzazioni per chi ristruttura con tecniche antisismiche. Quanti lo hanno fatto? Sempre troppo pochi. Un po’ perché il costo è comunque alto e poi perché in molti hanno preferito intervenire sull’isolamento termico più che su quello sismico.

Ricostruzione, il vero nodo. In queste prime fasi la corretta informazione si limita a raccontare i fatti e ad ascoltare gli esperti. I giornalisti non sono sismologi e dovrebbero evitare di dare voce ai ciarlatani o di insinuare dubbi senza prove. Per i processi c’è tempo. A breve inizierà la ricostruzione. Su questo la stampa dovrà vigilare. Sarà a quel punto che il suo ruolo sarà fondamentale affinché Amatrice e gli altri paesi non si trasformino in paesi fantasma o, peggio, le nuove case non si trasformino nuovamente in vere e proprie trappole.